Le prime 4 decadi di vita di Nicola Cioffi

In copertina: Bruno Viglione, tempera su tela, 2003

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In memoria di Giuseppe Guida, Magistrato

Ancora oggi devo la mia vita, anche professionale, al dr. Giuseppe Guida e poi al rag. Umberto Delle Cese ed ai suoi figli.

Accadde, faccio un passo indietro come di rito, che il PM incaricato per la nostra “bancarotta” tale l’imputazione, fu il dr Giuseppe Guida, il quale volle interrogare, sia me sia papà Carmine, personalmente, ovviamente, separatamente.

Dopo averci sentiti, sempre separatamente e senza legale, per circa due mesi, ogni settimana, una mattina si informò sullo svolgimento del servizio militare e su i miei esami all’università.

Gli raccontai tutto, senza nulla omettere, sia sull’università sia sul mio servizio militare che, per come svolto, mi aveva data la possibilità di studiare e guadagnare un pò di soldi con i quali poi sopravvivemmo tutti.

Ricordo ogni sua parola dopo avermi ascoltato: Cioffi, so tutto di te, di tuo padre, insomma della tua famiglia e voglio aiutarti. Vai domani dal Ragioniere Umberto Delle Cese, con studio alla via De Gasperi 38, qui a Napoli, ànnunciati però telefonicamente e questo è il numero. “Ti farà” una perizia giurata sulla società, sulla situazione contabile e finanziaria e non dovrai pagare compensi, perchè vi vuole aiutare, vista la vostra situazione economica.

Portai, in tre riprese, i faldoni allo studio Delle Cese che mi convocava, all’inizio, anche due volte a settimana di pomeriggio tardi, intorno alle 19, cioè alla chiusura. Relazionavo sia a lui sia ai suoi due figli che con lui collaboravano.

Fui trattato sempre con cordiale amicizia negli otto mesi circa di lavoro. Quando finirono mi strinsero la mano e mi augurarono migliore fortuna. Ancora oggi è vivo in me il loro ricordo.

Dopo anni si è avuta la sentenza, sempre difesi dall’avvocato Andrea Della Pietra e, gratuitamente, con la quale fummo assolti.

A queste persone, che nemmeno ci conoscevano, devo la mia vita. Ma la devo, in primis, ad un magistrato inquirente che non ha mai voluto essere un inquisitore come gli concedevano assurde ed anticostituzionali leggi, ma, come poi ho saputo, ha sempre inteso il suo lavoro come servizio/dovere “umano” necessario alla società, mai infierendo e mai abusando del suo potere.

In tribunale, incrociandolo, fuori dalle aule, mi salutava, qualche volta per primo, sorridendo come non ci fossimo mai conosciuti. Grande sensibilità e nobiltà d’animo.

Auguro a tutti di incrociare nella vita persone come Giuseppe Guida, magistrato, primo nella scala sciasciana sulle categorie delle persone.

A Lelka e Nikita, i miei nipoti

La mia prima decade va dal giugno 1940 al maggio 1950.

Ebbene sì, sono nato sotto il Duce, tal Benito Mussolini, maestro di scuola elementare, pare, e giornalista, e precisamente il giorno 11 giugno del 1940, alle ore 23, per la cronaca, il giorno prima, intorno alle 18, costui aveva dichiarato guerra alla Francia ed all’Inghilterra, aveva dichiarato, in realtà, guerra al mondo, essendosi alleato a tal Adolfo Hitler, tedesco, già caporale dell’esercito germanico, il quale aveva deciso, così, da solo, di conquistare, militarmente, mezzo mondo (per il momento, poi forse, anche lo spazio).

Sta di fatto che l’anno 1940 è bisestile e, per convenzione internazionale, calendario gregoriano, ogni quattro anni, cade in febbraio che diventa di ventinove giorni, è il caso di aggiungere che il giorno 11 era martedi.

Continuando il quadro nel primo semestre del 1944, ricorrente il nefasto febbraio bisestile, Benito Mussolini, tradito dai suoi, venne arrestato, incarcerato e, poi, fucilato nell’aprile 1945 mentre il suo compagno d’avventura Adolfo Hitler, dopo due mesi circa, ritenne di suicidarsi, come assume la cronaca dell’epoca e di quella successiva.

Notevoli dubbi in proposito da parte di noti tuttologi che, assumevano, fosse in vita ma custodito dagli americani!

Quando si dice, per generale vulgata, sono credenze popolari!

Ed io, incautamente, sono apparso (scherzo) proprio nel nefasto quadriennio.

Ma l’ho voluto io.

Però devo, a costo di scocciare l’audace lettore, descrivere il contesto socio-urbanistico nel quale approdai io e, poi, dopo sei anni, mio fratello Carlo.

La casa.

La casa, ove sono apparso alla “levatrice” (ebbene sì, le donne maritate con cittadini poveri “partorivano in casa” con l’assistenza di una ostetrica de facto, chiamata, appunto, levatrice che leva o, anche, mammana) era di tre stanze con una piccola stanza cucina ed un piccolo vano con il cesso ed era un lusso averlo in casa nei fabbricati ad un piano con grande cortile, degli anni venti.

Tali immobili venivano, di solito, costruiti, materialmente, dal proprietario, dalla moglie e dai figli, sette o otto di regola.

La regola, non scritta, poi, voleva che i figli già a dodici anni andassero, fatte le scuole elementari, subito a lavorare presso qualche artigiano per apprendere un mestiere e così contribuire al bilancio economico settimanale. Insomma un’azienda familiare scoperta, poi, negli anni novanta/duemila, dal legislatore italiano.

Il quartiere.

Il quartiere, che ha dato poi i natali alla scrittrice Elena Ferrante, viene chiamato Poggioreale, ivi, rione Ascarelli, rione Luzzatti, Gianturco, periferico ed urbanisticamente misero e povero e distrutto, quasi del tutto, dalla seconda guerra mondiale.

Era collegato con il centro da un solo autobus che stazionava in piazza Arabia e Piazza Plebiscito. Noi residenti dicevamo, quando andavamo al centro, andiamo a Napoli.

E ciò fino agli anni ottanta.

Sempre in relazione alla casa devo precisare che l’intero fabbricatino, piano terra e primo piano, venne iniziato dal nostro nonno materno. Tutti gli zii, con rispettive famiglie, fratelli di nostra madre Elena, abitavano gli appartamentini al primo piano e piano ammezzato.

Dunque fabbricato “patriarcale” che vide crescere insieme tutti i nipoti.

Negli anni, poi, tale situazione si evolveva per motivi vari.

Peraltro, nostro padre Carmine, classe 1914, con sette fratelli, nato a Scafati, Salerno, licenza elementare, appena dodicenne, come d’usanza, subito avviato al lavoro, divenne operaio meccanico e, per suo spiccato senso imprenditoriale, avviò, intorno al 1939, nel detto fabbricato, del padre di mamma Elena, al piano terra, una piccola fabbrica, con macchinario da lui inventato grazie alla sua ingegnosità, di chiodini per scarpe, dette in napoletano “semmenzelle” con le quali guadagnò molto denaro anche per la guerra in corso.

Tale fatto lo introdusse, negli anni 45/50, negli ambienti imprenditoriali, e bancari, però, ovviamente, aveva dovuto circondarsi di avvocati, commercialisti, quindi settanta/ottanta operai, “facendosi” una lussuosa auto Fiat berlina 1500, ed una animata vita sociale, con il suo compagno di merende, Alfredo di Lauro, avvocato interno del Banco di Napoli, vita alla quale mamma Elena non volle mai partecipare, volendo restare casalinga e crescersi i figli, ma leggendo anche due giornali al giorno.

In relazione al mio personale vissuto, nella prima decade, i miei ricordi sono nebulosi ed affastagliati e, pertanto, procederò come mi sovvengono e, comunque, dei primi sei/sette anni, solo sprazzi. Infatti frequentai la scuola elementare contigua alla parrocchia di don Luigi che poi si spretò e si sposò. Don Luigi costituì di fronte alla chiesa una sala giochi (tennis da tavolo, un canestro, anche un piccolo palcoscenico, ove recitai una piccola parte, insignificante, del “miles gloriosus”).

Peraltro nessuno del branco serviva messa in quanto Don Luigi ci riteneva, ingiustamente, “monelli”. Ma scherzava.

Il tutto a circa cinquecento metri da casa ma divisi, idealmente, da un ponte su cui passava la ferrovia, infatti noi ragazzi dicevamo, foro o pont (fuori al ponte) quando andavamo a scuola. Quelli abitanti vicino alla scuola pure dicevano lo stesso quando venivano vicino casa mia di fronte alla quale c’erano due campi regolamentari per il gioco del pallone e che in precedenza erano un grande unico appezzamento di terreno per deposito di piccole parti di carlinghe di aerei, carrarmati, motociclette, auto, paracaduti di seta rotti, pezzi di ricambio ed altro armamentario, il tutto semi distrutto o inservibile. Un altro grandissimo terreno che pure era rimessaggio di tale materiale era dove oggi sorge il centro direzionale. Per la cronaca tutto l’abbandonato dagli americani arricchì smisuratamente piccole e grandi bande di delinquenti audaci che ne fecero mercato, coperte dalle “sconquassate” (quando non complici) autorità di polizia…

Ed io ed altri, più o meno coetanei, pure costituimmo un branco o comitiva non per rubare ma per curiosità nascenti da quella novità (la guerra). Inoltre tutti iniziammo a giocare, tra altri svaghi tipici dell’età, a pallone, tornei organizzati dal bar Sport, di fronte alla chiesa, e dall’inquilino di nostro nonno, tale Capasso Francesco, vinaio e trattore, nonché spazzino-operatore ecologico- del Comune di Napoli che si impadronì del terreno/campi da gioco, sfruttandoli e dividendo il frutto, si diceva sempre, con personaggi autorevoli del Comune. Secondo la vulgata divenne ricchissimo.

Ciò fino agli anni ottanta/novanta.

L’ho ritrovato, poi, spazzino quotidiano, negli anni settanta, del Tribunale di Castelcapuano.

Il mio tempo libero, quando uscivo dalla scuola, lo dedicavo, in quanto impostomi da papà Carmine, a girare per l’officina e collaborare con gli operai a raccogliere il materiale di scarto o di risulta e portarlo nel cortile di ingresso alla via del Pascone e, poi, collaborare anche a spazzare. Oltre a ciò dovevo assistere, per i rudimenti, gli operai specializzati fresatori, piallatori, tornitori, attrezzisti… tutti guidati dal Capo officina tale Germano che mi istruiva però, alla fine, mi parlava sempre della sua passione cioè la scherma. Mi raccontava sempre delle sue vittorie con il fioretto.

Per il che, incuriosito, unitamente a Filangi Vitaliano, trasferitosi da Bologna e vivente ancora, comprammo, ci facemmo regalare due “quasi” spade per ragazzi, poi adattate per non ferirci, e due maschere ed iniziammo a duellare alla meno peggio. Gioco che poi, dopo qualche mese, ci venne impedito dai rispetti genitori nonostante avessero essi comprate le spade!

Sempre in relazione al mio vissuto, superato l’esamino finale delle elementari, nulla hanno conservato i miei, venni iscritto alla scuola media Aristide Gabelli sita in piazza nazionale, a tre km da casa, avevo appena compiuto i dieci anni nel giugno del 1950 ed ivi completai il corso triennale della scuola di primo grado.

Ho un bel ricordo della Prof.ssa Fasanaro, profuga di Pola (Trieste) nostra insegnante di Italiano e latino la quale, il mattino del giorno in cui sarebbero stati pubblicati i “quadri”cioè l’elenco dei promossi, rimandati e bocciati (rari) intorno alle ore 8 (io ero in compagnia di un compagno di classe, tale Montella, fuori la scuola) ci avvicinò e ci consegnò un pacco chiuso con dentro dei libri, come ci disse la stessa, da distribuire ai promossi e, quindi, da non aprirlo se non dopo la pubblicazione dei quadri.

Naturalmente io e Montella corremmo nell’androne di un palazzo contiguo ed aprimmo il pacco. Conteneva molti piccoli libri, edizioni tascabili, ed ognuno aveva la stessa dedica… ai promossi, cognome e nome, di studiare sempre ed essere ambiziosi ma non eccessivamente, nella vita. Il mio raccontava le avventure di un ragazzo, mozzo su una baleniera.

Fui l’unico della della mia classe delle elementari ad andare alla media inferiore.

Alcuni andarono alla scuola di avviamento cioè ad un futuro di operai specializzati conseguendo la solo licenza di avviamento. Oppure, proseguendo gli studi, un diploma di perito tecnico e, con un esame integrativo, alla scuola tecnica superiore.

Quelli delle medie potevano, invece, accedere ai licei “medie superiori”.

Altri vennero avviati, dai genitori, subito al lavoro, quali garzoni, per apprendere un mestiere ma anche per guadagnare qualche lira per contribuire al bilancio familiare.

Io, intanto venni mandato alle medie, in quanto fu spiegato a nostra madre il privilegiato percorso delle medie ai fini di un futuro professionale.

Nostro padre, da ex operaio meccanico, avrebbe preferito la scuola di avviamento ma, fortunatamente, vinse lei. Per me e, poi, per mio fratello Carlo.

L’iter triennale fu “normale” nel senso che non ero il primo della classe ma nemmeno l’ultimo e tale frequentazione non comportò, almeno per me, un rapporto con gli altri compagni di scuola.

Bisogna chiarire che per questione della classe sociale contadina/operaia, cui appartenevamo, eravamo, di fatto, esclusi dalla vita sociale, anche della piccola borghesia, figurarsi da quella grande, a non parlare della società “nobiliare” che non è mai scomparsa, così come non sono scomparsi i grandi latifondi ed i grandi patrimoni monetari ed immobiliari e le variegate caste/elites dominanti. La stessa cultura, quando imperversa e regna la cupidigia, può diventare un fortino, talmente inaccessibile alla pariacasta, che può anche diventare, come è diventata, il reale potere di vita e di morte del popolo. Tale iniquo fatto l’ho sempre tenuto presente negli anni successivi.

La disfatta bellica, con milioni di morti di cittadini figli di nessuno, non è servita, anzi ha favorito “La noblesse”.

Tanto per chiarire perché non v’era frequentazione sociale tra le famiglie operaie contadine.

Le frequentazioni sociali delle famiglie erano inesistenti perché non possibili e nemmeno immaginabili, in quanto si lavorava dodici ore al giorno, sabato compreso. E, poi, la mobilità era limitata, ed era pubblica (tram, bus) e quella privata, perché le automobili erano ancora beni di lusso, e ciò fino a quando la “FIAT degli Agnelli”, interamente e continuamente, per tutti i decenni successivi, con finanziamenti a fondo perduto, non produsse le fiat 600 e 500 e le autostrade e finanche le strade.

Per quanto detto non c’era una vita sociale (cinema, sala da ballo, canasta gossip con amiche, viaggi…) per i noncastati. Nostra madre conseguì la licenza elementare e, nel frattempo, imparava a cucire e, come se non bastasse, doveva coaccudire, con la mamma, contadina di Miano, i quattro fratelli maschi sopravvissuti.

Io, invece, nel tempo libero dalla scuola, dall’officina, unitamente ai compagni non di scuola ma di svago, Federico poi sarto, Raffaele poi artigiano lavori elettrici, Mario garzone fruttivendolo nel negozio del padre, Armando garzone bottegaio vini, ed altri tre o quattro dei quali nulla ricordo, ci dedicavamo a sport semplici e non costosi, precisando che essendo nell’immediato dopoguerra ed appartenendo alla classe noncasta, i giochi erano inventati ed i giocattoli costruiti, con l’aiuto dei propri genitori, o di fratelli più grandi.

1-Carruocciolo che era una tavola di legno con quattro cuscinetti a sfera sottostanti, ai quattro angoli (prelevati dall’officina di papà Carmine ed aiutati a montarli da un operaio, tale Biagio di anni venti).

Il carruocciolo veniva portato sulla sommità di una stradina in salita di 2/300 mt ed uno alla volta ci si sedeva, ci si autospingeva, ebbrezza della velocità, e con in mano un bastone, quasi una pagaia si governava la direzione, e nel contempo, si respingeva ogni ostacolo imprevisto. Lesioni ed abrasioni lungo il corpo non si contavano. Ma si era felici.

2-Nei terreni agricoli, l’urbanizzazione non aveva ancora distrutto il verde che circondava noi della periferia. Benvero intorno alla città esistevano grandi estensioni di “campagna”, quindi terreni agricoli. La distruzione del verde, nel quale era immersa la città di Napoli, è magnificamente rappresentata del celeberrimo film, a livello anche internazionale, “Le mani sulla città”, del giovane e geniale regista, Rosi Francesco, maestro del cinema; regista ma anche attore, impegnatissimo nel sociale, (regista anche del film “Il caso Mattei” e di “Salvatore Giuliano”). “Le mani sulla città” e conosciuto anche come “Il sacco di Napoli”. In realtà ciò che avveniva a Napoli, avveniva in tutta Italia, speculazione edilizia, corruzione, concussione, camorra, mafia, magistrati, molti corrotti, massoneria

Noi, in quei terreni agricoli, raccoglievamo fili d’erba lunghi un metro circa che sorgevano naturalmente e con la punta terminale, più sottile, facevamo un cappio con il quale si riusciva, qualche volta, molto raramente, a catturare qualche lucertola guizzante che, poi, sempre si liberava da sola.

3-Utilizzando una larga e lunga strada, denominata via Traccia a San Giovanni, alberatissima allora con platani poi eliminati, e alberi di arance, anche questi, poi, eliminati, giocavamo alle bocce ma che erano arance. I bordi del preteso campetto, erano piccoli canali laterali. Ma tant’è e così ci facevamo strepitose partite. Su questa strada i calessini due posti, trainati da un veloce cavallo, avevano un folto pubblico che scommetteva piccole somme.

4-Il gioco dello schiaffo è troppo conosciuto anche oggi e non lo descrivo e poi quello del fazzoletto in mano ad un arbitro, oggetto da prendere per primo con una corsa da parte di due contendenti postisi a venti metri, ognuno al lato sinistro e destro dell’arbitro.

5-Poi si giocava a pallone previa formazione delle due squadrette ed anche questo è inutile descriverlo.

6-Il gioco dello strummolo che era una trottola di legno, scanalata con una punta arrotondata di ferro. Un laccetto di spago, di circa un metro, e al cui terminale veniva fatto, dal giocatore, un piccolo ma stretto nodo ed indi lo si avvolgeva nella scanalatura. Ciò fatto si era pronti al tiro con l’altro “duellante”. Il duello consisteva nel far durare la trottola roteante più tempo dell’altra e così si vinceva. Poi c’era un altro tipo di gara e consisteva nel colpire con il proprio lo strummolo roteante dell’avversario che aveva lanciato il suo per prima. Se lo colpiva senza però che il suo cadesse (cioè doveva continuare a roteare) aveva vinto. Il tutto con il tifo partigiano del branco.

7-il gioco delle figurine raffiguranti, in genere, corridori ciclisti, consisteva nel farne un piccolo mucchietto. I due giocatori, stabilitone il numero, univano i due mucchietti e ne facevano uno solo e lo collocavano su di un piano, magari di marmo (costituito dal gradino di ingresso di una casa) avendo cura di piegare lo stesso longitudinalmente al centro, quasi a farne una conca. Tanto apparecchiato, il primo giocatore con la procedura, notissima, di indovinare il numero più alto indicato dalle dita a seguito dall’apertura improvvisa e contestuale del pugno di una sola mano. Da uno a cinque, dunque. Vinceva l’inizio chi indicava il numero più alto e se ambedue i giocatori indicavano il cinque, si ripeteva. Fino alla noia. Il giocatore che iniziava dava quindi un sonoro schiaffone al marmo e vicinissimo al bordo longitudinale alzato. Il vento forte dello schiaffo doveva capovolgere il mucchietto. E così passavano ore senza che ciò accadesse con la conseguenza che il branco se ne andava scocciato e così pure i duellanti. Anche perché era sopraggiunta l’ora tassativa del rientro a casa. In mancanza del puntuale rientro severe erano le punizioni. Non si scappava alle cinghiate sul culo, leggere ma tante.

Naturalmente questi elencati erano i giochi praticati dai dieci ai tredici anni. Infatti intorno ai tredici anni, come branco, iniziammo pian piano ad esplorare il quartiere, tanto da scoprire un piccolo ruscello, con piccoli pesciolini, di limpida acqua, ove facevamo il bagno, scortati da qualche mamma di uno di noi. Ruscelletto proveniente, forse, da falda acquifera sita in alto, attuale Città di Casoria. Peraltro, sotto l’intero quartiere, scorreva, e scorre il fiume Sebeto. Quartiere che ha visto e vede, da oltre un ventennio, la costruzione (follia saccheggiatrice dei nostri politici amministratori dell’epoca, in realtà masso mafiosi saccheggiatori) del quartierino centro direzionale, mai, peraltro completato. In più hanno osato costruire anche tre grattacieli di trenta piani, allocandovi il tribunale civile e penale e procura della Repubblica, il tutto sul sotterraneo fiume Sebeto, ragione per la quale molte idrovore, strategicamente collocate e camuffate, pompano, ininterrottamente, acqua. All’inizio di via del riposo, sorge il cimitero di poggioreale, proprio dove sorgeva il palazzo reale della regina Giovanna che, ivi, si dice, incontrasse i suoi amanti. Il cimitero, molto grande, era, ed è, collocato sulla dorsale (via del Riposo /via del Campo) della collina, sulla cui cima, poi, venne costruito l’attuale aeroporto. Ma il branco andava all’inizio della via del riposo, per bere, da una fontanella pubblica, un’acqua leggerissima e gradevolissima e freschissima, proveniente dal Serino e che arrivava in tutte le case della zona. Fontanella poi rimossa, non si sa perché, negli anni settanta. Acqua della quale, nei tempi moderni, non si ha conoscenza, era un nettare. La rimozione della stessa, si diceva, era dovuta al fatto che la Fonte del Serino ebbe ad interrompere la fornitura per mancato pagamento (dov’è la novità) del corrispettivo per la somministrazione.

Devo dire all’audace lettore che i giorni dei morti, e cioè la settimana dall’uno al cinque novembre, la zona circostante il Cimitero, sia a monte, capodichino, sia a valle, Poggioreale, era invasa da centinaia di ambulanti che vendevano fiori ai visitatori.

Per noi erano giorni di festa, come ad una sagra. Infatti unitamente ai fiorai vi erano anche bancarelle, illuminatissime, di dolciumi vari, arachidi, noccioline eccetera. Un festone.

Sempre scorrendo i miei ricordi mi torna alla mente il cinema “Cotoniere” dove ho visto molti film che erano in bianco e nero. Il technicolor non era ancora arrivato. Il cinema faceva parte della omonima fabbrica “Cotoniere” che produceva, appunto, cotone ed era aperta solo di pomeriggio, inizialmente per i dipendenti ma poi per a tutti, il biglietto costava pochissimo. Le cotoniere erano di fronte ad un grande edificio, il macello/mattatoio. Il tutto, cimitero, macello, cotoniere, carcere mandamentale contribuiva alla vivibilità, anche culturale, di quell’agglomerato ed era ad un paio di chilometri da piazza Nazionale, con la strada di collegamento chiamata via Nuova Poggioreale che, percorsa nel senso opposto, portava e porta, all’altro quartiere periferico chiamato Stadera e tanto perché, ivi, a qualche chilometro, vi era l’ufficio del dazio, conosciuto dal popolo come la “pesa” o “stadera” cioè una grande bilancia ancorata a terra per il controllo e peso delle merci che entravano nella città di Napoli. Oltre il posto del dazio, vi erano i paesi circostanti Napoli, sottolineo, tra gli stessi e Napoli vi erano terreni coltivati. Ma su questi, con gli anni, si è costruito senza controlli, senza un vero piano urbanistico, regolatore, insomma vi è stato il famoso sacco di Napoli (ne fu fatto il film bellissimo dal regista Rosi) che cominciò, appunto, dalle periferie per il che, tra Napoli e Paesi circostanti, non vi fu soluzione di continuità… (città metropolitana). Ed il Dio cemento prese il posto del terreno, coltivato e non.

Come appare evidente, nel parlare della scuola media, Aristide Gabelli, mi sono addentrato nella seconda decade e vi ho descritto come ho vissuto il mio tempo libero dagli impegni scolastici e dalla frequentazione dell’officina che, in parte, era sotto la nostra abitazione. Entro subito nel merito. Finita la guerra, la produzione delle “semmenzelle” si ridusse di molto per il che molti dipendenti vennero licenziati e l’attività proseguiva con la produzione degli stampi che ci venivano commissionati anche dall’università Federico II ed, inoltre, venne avviata la produzione delle spolette, anzi di parte della spoletta, l’intero congegno era il detonatore delle bombe.

Committenti lo spolettificio di Torre Annunziata e la mega industria bellica B.P.D. (proprietari i nobili Bombrini, Parodi, Delfino) sita, come azienda principale in Italia a Colleferro, quasi alle porte di Roma.

Sta di fatto che i collaudatori (personale dell’esercito) dei due committenti cominciarono a richiedere (concussione) per il collaudo positivo del prodotto, bustarelle sempre più consistenti. Così anche le dirigenze degli “uffici pagamenti” di essi committenti.

Gli appalti, già a prezzi stracciati, l’insostenibilità delle mazzette, la volontà di papà Carmine a non licenziare operai, circa settanta tra uomini e donne, che “tenevano famiglia” memore di essere lui stesso psicologicamente ancora operaio, mandarono in fallimento la ditta. È l’anno tra il 1953 e 1954.

Il fallimento, combattuto da nostro padre strenuamente, anche indebitandosi notevolmente con banche e privati strozzini, fu una grande tragedia perché non avevamo più nemmeno i soldi per comprare il cibo.

Tutto venne acquisito dalla curatela fallimentare, anche le auto, ovviamente. Stemmo un anno circa senza energia elettrica ed i mobili di casa vennero asportati da un ufficiale giudiziario, tale Foglia. Lo rammento perché nell’eseguire l’asporto rideva, ammiccando la squadretta ai suoi ordini.

Sta di fatto che con la sola vendita del nostro fabbricato (villa Luisa, con un ettaro di terreno coltivato ed alberi da frutta) sito in San Giorgio a Cremano vennero pagati tutti i creditori. Infatti ci fu un concordato fallimentare, curato dal nostro Avvocato Mario Amabile e da suo nipote, avvocato praticante, Pasquale Valentino, con il quale mi sono poi incontrato dopo anni, ma da avvocato anch’io. È avvenuto che siamo sopravvissuti per l’aiuto di nostra nonna, materna, Pasqualina che, peraltro, veniva assistita ed accudita da nostra madre.

Intanto mi dilungo in queste noiose e banali descrizioni perché qui sono le radici di famiglia ed è in questo quadro contesto che, all’insaputa dei miei, sono andato, io e gli altri amici rionali, a quattordici anni circa, sulla prima lambretta, avviamento del motore con laccio a mano, sulla prima vespa, sulla prima moto Guzzi, che vennero acquistate dai miei compagni garzonioperai con i primi salari, e ne facevano meritoria ostentazione, ma benevolmente, ci facevano fare un giro, previa prova di saperle condurre.

Naturalmente non erano solo queste le esperienze “guidatorie” vi fu anche l’esperienza di guidare un auto, infatti tale Biagino, operaio da noi, mi insegnò a guidarla, ufficialmente, all’insaputa di papà Carmine. Nel cortile dell’officina vi era anche una Fiat 1500 e, successivamente, una Fiat 103 una “Fiat utilitaria” dell’epoca chiamata Topolino, modello A (poi ci fu il B e poi lo C) uno spettacolo, che motorizzò mezza Italia. Sta di fatto che, assente papà Carmine, presi il Topolino A e mi portai di scorta una tanichetta riempendola di un liquido che somigliava alla benzina ma tale non era. Me ne accorsi dopo che avevo introdotto il liquido nel serbatoio e ciò dopo aver girato in lungo e largo il rione Luzzatti (sì, quello in cui nacque la scrittrice Elena Ferrante, autrice de “L’amica geniale”), consumando la vera benzina di riserva. Ovviamente l’auto si bloccò quasi subito, dopo vari metri di sobbalzi.

Ritornai subito a casa e raccontai il fatto a zio Pasquale, fratello di mamma Elena, il quale venne, constatò il blocco e decise di spingere con me l’auto fino al cortile (7/800 metri). Papà Carmine, al rientro dopo due giorni, mi riempì letteralmente di mazzate e cinghiate. L’intervento fermo e risoluto di mamma Elena, di solito ubbidiente e timorosa del marito, per molti motivi che non starò a raccontare, valse a fermare la sua furia. Era, in quei mesi, nervosissimo per l’avvicinarsi della sentenza di fallimento. Nemmeno il fatto che avessi superato l’esame della media e mi fossi iscritto al ginnasio del liceo Genovesi, lo calmò. In conseguenza del fallimento, papà Carmine, visto il disastro economico da lui prodotto con le sue strane decisioni imprenditoriali, ma anche per altri suoi personalissimi motivi, stante il fatto che Il Preside Felice Alderisio, invitò me, Claudio Silvi e Gaetano Santangelo a ritirarci dalla scuola per le ripetutissime nostre assenze, nemmeno giustificate, voleva spedirmi a Marsiglia, presso il suo ex capoofficina che ivi si era trasferito, per il nuovo lavoro presso una casa automobilistica francese, la Renault.

Anche stavolta mamma Elena, che amava acculturarsi sempre di più, leggeva ogni giorno, pagina per pagina, il giornale “Il Mattino” o “Il Corriere di Napoli” portato da papà Carmine, intervenne con sorprendente decisione, rinfacciandogli il suo modo, violento, di trattare i figli e papà Carmine dovette fare buon viso a cattivo gioco. In realtà, poi, pure ci sono stati altri interventi, di nostra madre, e sempre con successo, per altre monellate, invero piccole e tipiche dell’età.

Siamo nel 1954, dopo la sentenza di fallimento, con le devastanti conseguenze sottolineate, dopo il mio ritiro dal ginnasio. Dopo mesi di vagabondare senza senso ed a vuoto e per di più, iniziando, con De Rosa, Filangi, e qualche altro, a frequentare sale di bigliardo e di bigliardini, al vasto, dove ci consentivano di entrare ma con il divieto di giocare, divieto formale ma non sostanziale. Papà Carmine, sempre su perentorie sollecitazioni di mamma Elena (su i figli non transigeva) mi mandò da suoi lontani parenti, insegnanti, a Scafati (Sa) per recuperare il biennio ginnasiale, sostenendo l’esame da privatista. Ogni giorno, alle sette del mattino, prendevo il treno per Scafati, contiguo a Pompei, e così ricominciai a studiare per 6/7 ore al giorno.

L’esame lo superai agevolmente e ritornai, così, al mitico Genovesi, ove feci il triennio e superando l’esame di Stato, con la media del sei e qualche sette, come lessi dopo la affissione dei “quadri”. A tal proposito ricordo che, alla prima lettura, lessi “rimandato” in matematica. Ero con un altro compagno, Franco Vela, promosso, il quale sorridendo disse: “ce l’abbiamo fatta”. Ebbi uno scatto: “ma non vedi che mi hanno rimandato” dissi con tono alterato. Al che Franco mi prese il braccio strattonandolo e dicendo: “ma non sai nemmeno leggere?”. Liberandomi ritornai a leggere e mi avvidi che il rimandato era un altro. Il sorriso mi ritornò e ci accostammo agli altri compagni che sopraggiungevano. La buona notizia la comunicai allorquando tornai a casa, ma non suscitò applausi. Solo un leggero sorriso di mamma Elena e di nonna Pasqualina. Era un atto dovuto. Dopo diversi mesi, forse un anno, potetti iscrivermi all’università Federico II, facoltà di giurisprudenza. Anno 59/60

Le frequentazioni sociali, come prima ho scritto, qui ripeto, erano inimmaginabili per le famiglie,cosidette proletarie, ivi gli esercenti mestieri quali imbianchini, muratori, panificatori, sarti,barbieri, idraulici, elettricisti, meccanici tornitori e aggiustatori in genere, meccanici specialisti quali riparatori di biciclette, di motociclette, poi anche di scooter, di auto, meccanici balestrai (le balestre erano gli ammortizzatori primordiali per auto e camions) saldatori, elettricisti, poi arrivarono, con il progresso, anno 1954, i riparatori di televisioni, frigoriferi, e piccoli elettrodomestici quali frullatori, fornetti, eccetera. Vi ho appena sintetizzato la fascia proletaria prevalente nelle grandi città. Il mondo contadino era nelle province.

È il pretesto per dirvi che negli anni quaranta e cinquanta esistevano e giravano per i quartieri personaggi con “biciclette attrezzate” che ricucivano il vasellame di argilla rotto, riparavano ombrelli, pentolame vario, affilatori di coltelli, sì, coltelli piccoli e grandi (vere armi). Tutto si riparava. Poco si buttava.

Esistevano, poi, le botteghe, siamo nel commercio, mondo terziario, sommariamente prima descritto, e cioè tabaccherie, pescherie, macellerie, salumerie, pasticcerie, ferramenteria, passamaneria, mercerie, biancheria, eccetera.

Naturalmente, i cosiddetti grossisti (e siamo già in quella fascia sociale che definisco media borghesia) che rifornivano, appunto, i bottegai e che si arricchiva enormemente, come sempre e maggiormente oggi, nell’anno, non di grazia, 2020, che ha visto e vade i contadini ridotti alla fame da grosse società acquirenti all’ingrosso dei prodotti della terra.

È il momento di fare il punto, avendo mischiato pere, mele, banane, arance…

Mi ero iscritto nel 1962 all’università, facoltà di giurisprudenza, ma non seguivo alcun corso. Abitavamo sempre nella stesso appartamento. Papà Carmine era rientrato nella piena proprietà dell’officina, ovviamente senza pagare gli arretrati dei canoni di locazione al proprietario Castaldo Gennaro, nostro nonno paterno, con il quale era in lite proprio per il preteso canone. Due belle gallette di Castellammare (espressione idiomatica per indicare due brutti caratteri).

Il macchinario era superato, senza operai e senza un prodotto. L’Enel aveva ripristinato la fornitura a casa ed all’officina.

Tanto fu possibile perché papà Carmine aveva ottenuto dalla deputata Titomanlio Vittoria, della Democrazia Cristiana, Presidente dell’INIASA, l’autorizzazione/convenzione a gestire corsi semestrali per la formazione di operai specializzati, fino a circa cento unità a corso, se ben ricordo. Naturalmente L’INIASA finanziava interamente i corsi, ma pretese di far assumere, quali docenti tecnici ed amministrativi, quattordici o sedici, elettori o elettrici, della Titomanlio che avrebbero percepito un ottimo stipendio.

Una di queste elettrici era una piacente donna, amante segreta di un importante magistrato, il cui figlio, poi, l’ho anche incontrato professionalmente, ovviamente anche lui magistrato, ma non della stessa statura del padre e non alludo a quella fisica.

Con questi corsi papà Carmine si avviava a rimettersi in carreggiata. Infatti, tramite l’avvocato Alfredo di Lauro, banco Napoli, sodale e suo amico, si “introdusse nell’ordine dei Francescani” della cattedrale San Lorenzo di via tribunali il cui Priore si chiamava Francesco, anche buon conoscente della Titomanlio, originario di Amalfi, che regalò a papà Carmine una copia in bronzo del pescatorello, firmata da Gemito. Benvero io, appena conseguita la patente, ma anche con l’abilitazione provvisoria (detta foglio rosa), con l’Appia (lancia) o la Fiat 103, accompagnavo il Priore Francesco con tale padre Silvio o altri di cui non ricordo i nomi, a Roma oppure ad Amalfi o a Sorrento o ai Camaldoli, insomma ero il loro fidato autista. Quante cose ho visto e quante cose ho appreso, con l’impegno di tenere la bocca chiusa. E la tengo.

Ma una cosa devo raccontarla, sempre per un inquadramento, sia pure molto approssimativo, di quei giorni, di quell’epoca anni 50/60 ed a proposito della Titomanlio. Questo centro di formazione operai meccanici “INIASA”, uno dei primi a Napoli, consentì a papà Carmine di riemergere, e subito costose auto, bella vita serale con Alfredo di Lauro e Caterina Taorino, amante del di Lauro, viceversa alcun beneficio vi fu per la famiglia, tra l’altro, io e mio fratello Carlo chiedevamo di acquistare o affittare una casa più spaziosa, più confortevole e, comunque, al centro.

Nulla da fare, dovevamo stare lì perché la casa era la prosecuzione dell’officina punto di vista di papà Carmine ma anche di nostra madre – ma per motivi diversi- che era indifferente alla vita agiata, tipica della piccola borghesia, non voleva anche perché c’era da accudire la mamma, nonna Pasqualina che, a sua volta, là voleva stare, a non parlare del fatto che nonno Gennaro, patriarca, uomo terribile, non lo avrebbe mai permesso.

Papà Carmine, invece di continuare nel filone della formazione professionale, sia pure con il ricatto dei politici di assumere i propri elettori, progettò di fare una fabbrica di cartucce da caccia a Scafati (ove era nato) immemore del detto “nemo propheta in patria”, bossolo di carta laddove, in quegli anni, la società americana Remington lanciava il bossolo di plastica.

Il progetto, per sommi capi, era il seguente.

Costruire una fabbrica di cartucce, vuote, da caccia e di piattelli per il tiro a volo. Salvo sviluppo.

Un accenno ai due prodotti, premettendo molto sinteticamente:

La cartuccia vuota era composta dal bossolo, cilindro di carta (poi fu di plastica) e dalla base, detto fondello, di due cm circa, rotondo ed alto circa un cm, di rame, che incappucciava strettamente un’estremità del bossolo e dall’innesco, capsula rotonda, contenente una piccolissima miscela di fulminato di mercurio, clorato di potassio, zolfo, carbone e, quindi, esplodente, se colpita, violentemente, dal percussore, (cane) del fucile. Benvero la capsula, innestata nel fondello, ha due/tre forellini, per l’uscita della fiammata che, sprigionando gas a fortissima velocità, nella camera di combustione del fucile, di solito, all’epoca, di sei/sette cm, fa partire la cartuccia, completa dei pallini di acciaio e ben chiusa, bordo del bossolo, legato all’interno, all’altra estremità, parte in direzione del bersaglio.

Il piattello, un piccolo piatto.

Il tiro a volo, consiste nel colpire, con un colpo di fucile, un piattello lanciato, ad altissima velocità, da un dispositivo a molle, la cui direzione è imprevedibile. È uno sport molto diffuso, ed era ed è, una disciplina olimpica.

Tali piattelli fatti da una miscela di resina, argilla ed un collante. Oggi pare siano di plastica.

Papà Carmine per realizzare tale progetto, senza capitali e fidi bancari, non si diede per vinto.

Però è necessario precisare che la sua ditta individuale si chiamava: “Officina Meccanica di Carmine Cioffi”, con due ingressi via del Pascone, 8 (principale) e via del Macello 40 (secondario). Come prima detto ivi gestiva i corsi INIASA ed inoltre, con una trentina di operai ed un valente capofficina, tale Germano Antonio, produceva stampi per la facoltà di ingegneria di Napoli e ciò, va detto, per la sua nota serietà imprenditoriale ed alta professionalità.

Oltre gli stampi e le spolette che riprese a produrre, avviò la costruzione di particolari tipi di presse, per produrre, poi, i fondelli e gli inneschi (la capsule esterna era di alluminio) per risparmiare per le cartucce da caccia.

Per la realizzazione dell’ambizioso programma, senza soldi, aveva bisogno:

-di un ingegnere altamente qualificato ed esperto per la redazione di un progetto inerente sia la costruzione dello stabilimento in muratura, sia la produzione delle cartucce, dei piattelli, sia dell’esplosivo da mettere negli inneschi.

-di un commercialista esperto per accedere ai contributi in particolar modo della Cassa del mezzogiorno ed ai finanziamenti dell’Isveimer.

-di un esperto in materia di esplosivi.

-di un capofficina esperto della fabbricazione di cartucce e di operai/e qualificati (circa settanta).

-di un esperto venditore nel particolare settore.

– di un esperto direttore amministrativo.

-di un finanziatore che anticipasse i futuri finanziamenti dei contributi a fondo perduto della Cassa e dei finanziamenti dell’Isveimer.

Ma, alla base del tutto, bisognava reperire circa 14 ettari di terreno nonché l’impresa costruttrice.

-stabilire il tipo di società commerciale cioè la persona giuridica che sarebbe stata la proprietaria dello stabilimento e ciò era rilevante ai fini dello sviluppo futuro ma anche per ottenere agevolazioni bancarie e per i vari rapporti giuridici e commerciali, tenendo presente che tutto passava per il notaio e poi per il tribunale, sezione commerciale all’epoca, per la omologazione.

Papà Carmine non si perse d’animo e riuscì ad avere, in enfiteusi perpetua, dal Sindaco di Scafati, Del Prete Giovanni, al quale aveva sottoposto la bozza del progetto, ivi lo sviluppo occupazionale e l’indotto produttivo e commerciale non indifferente.

Individuati i prestanome, in quanto portava la macchia del concordato fallimentare, illibati imprenditorialmente, quali soci, venne deciso, in base ai consigli tecnici dell’avvocato Alfredo di Lauro, onnipresente (vi era, però, un anziano ed esperto ragioniere commercialista di fiducia che valutava, di nascosto,i consigli del di Lauro), la società per azioni con amministratore unico, e capitale di dieci milioni di lire, il che garantiva, all’epoca, una facilità del trasferimento delle azioni dal prestanome all’effettivo e reale proprietario unico, Carmine Cioffi, che in ogni momento poteva registrare l’atto di trasferimento, peraltro già sottoscritto e consegnato a papà Carmine, e, per maggior garanzia, una seconda copia in originale, gli venne spedita a mezzo posta raccomandata, facente fede il timbro postale apposto sull’atto piegato.

Amministratore Unico, per il primo triennio, venne nominato l’ingegnere Michele Guida, persona indicata dall’ingegnere Michele Scopece, professionista di rilievo nazionale, che curò l’intero progetto.

Subito dopo l’omogolazione, la società costituita, la cui ragione sociale era “I.C.D.A.-industria cartucce detonatori affini-S.P.A.”, prese in affitto due piccoli uffici contigui, al nono piano del grattacielo sito in Via dei Fiorentini, 21 Napoli, angolo via Medina, di fronte alla Questura centrale. E ciò perché ivi aveva lo studio privato l’avvocato Pierino Pistolesi, sempre degli uffici legali interni del Banco di Napoli, la cui sede era, ed è, alla via Roma a pochi metri da via dei Fiorentini. Sta di fatto che il predetto era, anche lui, legale di papà Carmine ed era anche potente massone, ma non dichiaratamente.

Era l’epoca, inizio anno 1960, in cui tutte le imprese, innanzitutto le banche e l’Isveimer e la Cassa per il mezzogiorno, aprirono i loro uffici operativi e di rappresentanza, nel nuovissimo quartiere guantai nuovi.

Negli uffici I.C.D.A., io, papà Carmine quando non era in fabbrica, il Rag. Pietro Scoppetta, nipote diretto del famoso pittore dell’ottocento, Scoppetta, il commercialista Raffaele Raspali, il dr. Domenico Giacco, il dr. Raffaele della Valle e due segretarie dattilografe (Del Tufo ed Esposito).

Uffici amministrativi e Sede legale dell’I.C.D.A. S.p.A. alla Via dei Fiorentini, 21. Grattacielo Filospeziale. Napoli.

L’abilità di papà Carmine, coordinatore del tutto, consistette nell’avviare, contestualmente, la soluzione di tutti gli incombenti/condizioni di cui agli elencati punti, e legalmente l’acquisizione del terreno e la costituzione con atto notarile della società per azioni. Ambedue furono realizzati nei tempi giusti.

E così vennero “assunti”:

-l’ing. Michele Scopece per la redazione del progetto e della assistenza nell’esecuzione materiale dello stabilimento. Suo assistente di fatto, Carmine Cioffi.

-Quale consulente commercialista, Il Rag. dr. Francesco de Stasio, con studio a via duomo Napoli.

-Quale esperto in materia di esplosivi, il perito balistico Smimmo Giuseppe, appena licenziato, per riduzione del personale, da una fabbrica che pure produceva cartucce da caccia.

-Quale capofficina Sandro Davelli ex dipendente della B.P.D. (Bambrini Paradi Delfino) di Colleferro, che pure aveva licenziato parte del personale per mancanza di commesse. Alessandro Davelli vantava una esperienza pluridecennale nella fabbricazione di munizioni da guerra e da caccia.

-Quale esperto addetto alle vendite un certo Verin Giorgio, già agente di commercio di un’altra azienda similare

-Dr Raffaele Raspali, quale direttore generale, già dirigente amministrativo della SPA Cassusso Costruzioni, azienda italiana con stabilimenti in Italia e negli Stati Uniti di armi leggere e relative munizioni, e che era appena andato in pensione.

Il coordinatore-promotore-proprietario papà Carmine trovò anche il finanziatore che avrebbe finanziato la costruzione edile dello stabilimento tale, Moccia Tommaso, figlio di Antonio, residente in Afragola ma con deposito, interrato di oltre mille mq, di materiali edili, in particolare il cemento, in Napoli alla via Abate Minichini, ovviamente con grande rampa di accesso/uscita, ed ovviamente gli uffici amministrativi.

La rampa partiva da piccolo slargo di circa trecento mq, un quadrato, e, su di un lato, vi era un fabbricato di 10 piani oltre il piano terra.terranei, già abitato. Su gli altri due lati vi erano, su ciascunodi essi, due cantieri, separati, per edificare un altro fabbricato uguale al primo. Ma anche il terzo lo sarebbe stato. Siamo agli inizi del 1960.

Al primo piano dell’interrato, accesso interno, vi era l’ufficio vendite e l’ufficio personale di Antonio Moccia e l’ufficio di Tommaso Moccia, figlio ventitreenne.

Antonio Moccia che aveva due altri fratelli, in realtà fratellastri, Luigi e Giuseppe quest’ultimo era il più giovane ed il più intraprendente e che pure commerciavano, ma all’ingrosso, materiali edili affini.

Peraltro erano anche produttori di cemento, proprietari di una grande cava di terrenopozzolanico in Caserta, di qui, appunto, la fabbricazione del cemento il cui marchio era “Cementi Moccia” che divennero concorrenziali con i prodotti “Cementir”, della società di livello nazionale, la Cementir.

A seguito della rottura dei rapporti con i fratelli, Antonio riusci ad aver dalla Cementir la concessione esclusiva della vendita dei suoi prodotti per Napoli e provincia in concorrenza, con i fratelli. Grandi facilitazioni delle forme di pagamento del materiale comprato o tenuto in deposito fiduciario. Infatti poteva girare alla Cementir cessioni cambiarie, tratte accettate, tratte autorizzate nonchè assegni di c/c postdatati fino a sei mesi. Cioè i titoli di credito (cambiali, assegni, tratte ecc.) che gli rilasciavano i suoi clienti ai quali vendeva il cemento. Insomma la Cementir per Antonio Moccia era di fatto “una Banca”.

Questo fu possibile perché era l’epoca della Ricostruzione con il piano Marshall del settore produttivo in genere, industriale, artigianale ed edile abitativo in particolare, poi mercantile dei negozi e dei grossisti, poi sanitario, poi turistico.

In tale epoca il muratore divenne costruttore, il titolare di una piccola officina, divenne industriale, il negozio, a più porte, divenne grossista, il sarto divenne stilista. Insomma gli intraprendenti ingegnosi, ancorché senza titolo di studio superiore alla terza media, o di avviamento, avviarono imprese che realizzavano prodotti vari, poi distintisi nel mondo con il marchio made in italy. Specialmente nella moda.

Come prima evidenziato gli ingegnosi intraprendenti avviarono favolose imprese e costituirono quel fenomeno risorgimentale moderno chiamato boom, anni sessanta. Senza soldi ma tanta voglia e tanta fantasia, spesso border line, ai limiti anche della legalità formale, ma mai di quella sostanziale. Insomma un illegalità di sopravvivenza.

Senza assumere i panni dell’economista, me ne guardo bene, affermo, per quel che ho visto fare, che si stava, paradossalmente, “quasi” meglio quando si stava realmente peggio. Non c’erano neologismi, anglicismi, o sintetiche espressioni idiomatiche straniere di una o due parole, ad esempio la parola “ciuchy” della nostra, indigeribile per me Ministro del Lavoro, Fornero, insomma “ai limiti” è più serio del “border line”, “il fine settimana” è preferibile al “week end”.

Il nostro nuovo linguaggio, da trent’anni quasi, di fatto, per imperiosità della globalizzazione, “squinterna” i cittadini nei rapporti giuridici interpersonali e, ormai, anche pubblici. Presto ce lo troveremo anche nelle leggi e nei codici (eccedo, eh)

Ritorno al tema.

Ai primi giorni del 1960 papà Carmine, sempre presentato da Di Lauro, conosce il giovane Tommaso Moccia e gli chiede un grosso fido consistente nella fornitura di materiali edili per costruire uno stabilimento composto da nove o dieci immobili, cioè capannoni, indipendenti tra loro. Il pagamento a mezzo cambiali a firma della Spa I.C.D.A. scadenti ad un anno e ciò per ogni singola fornitura richiesta, nel corso di diciotto mesi, necessari per realizzare il compendio immobiliare.

Nel corso del primo incontro papà Carmine gli chiede se conosce un’impresa di costruzioni seria e scrupolosa in quanto l’impresa edile Bianco Corrado che prima aveva accettato l’appalto, poi, per suoi motivi, vi aveva rinunciato. Peraltro il Moccia conosceva bene il titolare della ditta rinunciataria. Anzi era sua cliente ed era in condizioni finanziarie pessime. Dopo qualche giorno gli presentò tale Domenico Rosato, ex capo cantiere, il quale, dopo aver esaminato il progetto definitivo esecutivo, accettò (accordo trilaterale) l’appalto ed il materiale l’avrebbe, appunto, fornito il Moccia. Papà Carmine avrebbe pagato il materiale a Moccia direttamente con cambiali, ed al Rosato la somma residuale dovutagli, ma con assegni di conto corrente posdatati a tre mesi, per ogni stato di avanzamento completato. Gli stati di avanzamento erano complessivamente sei, uno ogni tre mesi.

Lo stabilimento andava, infatti, consegnato e collaudato entro diciotto mesi.

Moccia Antonio ed il figlio Tommaso, tirando le somme, vendevano a papà Carmine il cemento della Cementir. Insomma quest’ultima era, di fatto, anche una finanziaria.

A prezzo maggiorato del venti per cento rispetto ai prezzi dei fratelli Luigi e Giuseppe, per la dilazione del pagamento ma anche perché dicevano che il cemento Cementir era migliore.

Applicavano l’interesse del 3 per cento, fisso, sulle cambiali scadenzate a sei mesi.

Giravano alla Cementir le cambiali ricevute e gli assegni postdatati, con l’interesse a scalare dell’uno per cento più spese d’incasso.

A sua volta Domenico Rosato scontava presso i Moccia gli assegni postdatati ricevuti dall’I.C.D.A, sempre pagando un interesse fisso del 3 per cento. Peraltro, in ipotesi di rinnovo, veniva applicato sempre l’interesse del 3 per cento sull’importo facciale, e se trattavasi di cessioni cambiarie a firma di terzi e non pagate ma dai Moccia date in pagamento alla Cementir, questa per gli insoluti, impiegava, per sua organizzazione amministrativa, due o tre mesi prima di compulsare Moccia per il pagamento. I mesi passati contavano ai fini della decorrenza dell’interesse!

Una notazione descrittiva del contesto.

Negli anni sessanta, inizio, le banche si compensavano gli assegni dei rispettivi clienti con la cosiddetta “stanza di compensazione” presso la Banca D’Italia dove ci si incontrava e ci si scambiava gli assegni. Il che significava che non si poteva sapere subito se l’assegno fosse coperto o meno e quindi, laddove scoperto, da inviare ai propri notai il titolo per elevare il protesto per mancato pagamento, che comportava un processo penale ed una sicura e severa condanna. Oltre la condanna, l’interdizione ad emetterli e, per tanto, anche l’inaccessibiltà a rapporti e fidi bancari oppure a rapporti con finanziarie. Inoltre, ancora, ogni camera di commercio pubblicava il bollettino giornaliero dei protestati.

La rovina imprenditoriale ma anche personale e della famiglia. Segnato a vita.

Naturalmente, i massomafiosisaccheggiatori non videro di buon occhio quest’arte di arrangiarsi. Infatti preferiscono dare i soldi a strozzo ai cittadini per qualunque esigenza.

La cambiale è uno stampato del ministero del tesoro che consisteva e consiste in un’obbligazione di pagare una somma ad una data scadenza. Il costo della cambiale dal tabaccaio, bollo virtuale, è pari al dodici per mille dell’importo da pagare. Dopo di che il beneficiario può girare il credito ad altri. Gli ingegnosi, come ho spiegato altrove, non fruivano di capitale liquido e, non avendolo, al creditore/fornitore:

  1.  Firmavano cambiali (che elimina passaggi di denaro al creditore) oppure
  2. Gli giravano le cambiali avute (il che elimina un passaggio di denaro) oppure
  3. Gli giravano “cambiali tratte” che consistevano in un’emissione di cambiali che “ordinavano” a tizio (presunto o vero debitore). Infatti, in luogo della “alla scadenza pagherò”, si cambia e si scrive “pagherete” rivolto al tizio e firmato dall’emittente e sempre da questo poi girata (cioè sul retro una nuova firma) e quindi con questa cambiale che veniva girata più volte tra girante e giratario, il contante veniva eliminato.
  4. Gli rilasciavano un proprio assegno di conto corrente, apponendovi una data a uno, due o tre mesi o più (la legge dell’epoca puniva tale artifizio che sostituiva una cambiale, che sostituiva a sua volta, come abbiamo visto, il contante). Negli anni duemila è stata varata una legge con la clausola di non trasferibilità (girare tra girante e giratario). Cioè su ogni assegno del carnet di assegni, la banca scrive “non trasferibile”. Pertanto la transazione, cioè il pagamento avviene una sola volta tra l’emittente e l’ordinatario.

Qualche rigo per spiegare l’utilizzo pratico dell’assegno di conto corrente.

Ogni imprenditore e faccendiere, previdentemente, apriva diversi conti correnti di talché possedeva e gestiva diversi carnet. Va anche detto che nell’apporre il luogo dell’emissione si preferiva, per cautela, indicare un paese diverso da quello ove era sita la banca traente. Infatti in caso di indisponibilità della somma indicata (cioè a vuoto), l’assegno andava inviato ad un notaio che aveva il servizio cassa cambiali, e tutti l’avevano perché rendeva moltissimo. Il notaio aveva otto giorni di tempo per elevare il verbale di protesto laddove sull’assegno fosse indicata la città ove era sita la banca di emissione e quindici giorni ove il titolo riportasse, quale luogo di emissione, una città diversa. Il traente l’assegno si recava alla cassa cambiale e concordava il giorno del pagamento. Ovviamente sorse un fiorente mercato di mazzette sulla disponibilità del cassiere a concedere o meno il tempo di otto o di quindici giorni.

Altra notazione per capire il contesto è che all’epoca esisteva la banca privata che raccoglieva denaro di privati corrispondendo loro un interesse rapportato agli anni di detenzione del denaro per finanziare i cittadini imprenditori o meno. Insomma si distingueva dalla Banca d’Affari quali oggi sono diventati i grossi istituti bancari pubblici o d’interesse pubblico. Ad esempio tre anni un interesse, cinque anni un altro interesse, dieci anni ancora un altro. Più erano gli anni maggiori erano gli interessi. Il denaro, così raccolto, veniva reinvestito con remunerativo tasso d’interesse dalla banca a chi, imprenditore, gliene faceva richiesta, fornendo adeguate garanzie.

Poi esistevano, come abbiamo appena detto, le banche private d’affari come dice la parola, di proprietà di avventurieri e malavitosi. Raccoglievano denaro e lo reimpiegavano facendo, appunto, affari come operatori finanziari.

L’imprenditore, senza soldi ma audace, disponeva, in alternativa di diversi artificiosi “capitali”, in pratica:

A-acquistava merci, se commerciante, con cambiali dirette o assegni postdatati e rivendeva in contanti. Quindi lucrava su capitali altrui.

B-acquistava merci autorizzando il venditore a emettere tratta cambiale a 90/120 giorni su esso acquirente. Chiamasi tratta autorizzata e deve risultare per iscritto l’autorizzazione.

C-come sub B, ma con la differenza che chiamasi tratta accettata ed infatti deve risultare per iscritto l’accettazione con la firma di esso acquirente sulla cambiale.

D-era, ormai, uso corrente soddisfare qualsiasi obbligazione con assegni di c.c. postdatati a 2 ma anche ad 8/20 mesi scadenti mensilmente. Bastava concordare su i mesi e sulla somma mensile. Gli strozzini vi includevano anche l’importo degli interessi, ma non a scalare.

Ciò era possibile perché la maggior parte delle banche, a partire da quelle cooperative a finire quelle d’interesse nazionale, cioè Statali, sostanzialmente, consentivano, in via ufficiosa ai propri Direttori delle agenzie e filiali, di allargare in via temporanea, fidi, scoperture di conto, e sconti di titoli cambiari.

In virtù di tanto gli imprenditori o quasi imprenditori o faccendieri oppure addirittura usurai, questi ultimi “omaggiati” sempre, portavano al direttore gli assegni di c/c, (all’inizio era un reato poi, negli ultimi anni, depenalizzato) il quale, sulla fiducia, per quanto riguardava gli assegni, non rilasciava ricevuta ma erano assegni girati in bianco e trasferibili liberamente quindi una garanzia per il direttore che autorizzava lo sconfinamento ed alla singola scadenza li versava sul c/c dell’affidato beneficiato.

Va da sé che il direttore, ma con sussiego, prendeva la mazzetta!

Quanto appena accennato lo facevano Don Antonio Moccia e suo figlio Tommaso, sui loro conti personali.

In realtà se Tommaso non dava il consenso don Antonio nulla faceva. Nel frattempo,intorno al 1963/4, il fratello minore sedicenne, Mario, iniziava a collaborare con Tommaso e, sempre nel frattempo, tra me e Tommaso, meno con Mario, per il divario dell’età, si instaurò una certa amicizia, in quanto mi vedeva “acculturato” e spesso, intorno al 1964/65 l’accompagnavo nelle loro diverse banche, poi sempre più spesso a via Pica a Napoli, da suo zio Giuseppe, ormai miliardario, al quale girava effetti cambiari, anche quelli dell’I.C.D.A. e assegni postdatati in pagamento (Giuseppe Moccia, poi venne rapito dai N.A.P., Nucleo Armato Popolare, e liberato a seguito del pagamento di un’ingente somma di denaro). Ho vissuto quei momenti indirettamente, cioè attraverso i racconti di Tommaso.

I giornali dell’epoca “ricamarono” molto sull’entità del riscatto.

In relazione agli assegni postdatati che sostituirono, per decenni, in larga parte, le cambiali, perché non si pagava la tangente del dodici per mille, va detto che gli stessi, per l’avvento dell’informatica e tecnologie connesse, fax, internet, il telefono cellulare ed accessori e derivati connessi, persero molto “fascino”. Anche perché lo Stato/Banca d’Affari, ha sempre puntato a ridurre la circolazione del contante fino ad eliminarlo del tutto, per tenere sotto controllo i cittadini, specialmente quelli più audaci ed indipendenti dallo Stato “nemico” e, di fatto, socio sfruttatore.

Infatti gli assegni venivano, e vengono, “scambiati” tra le due banche interessate, e dopo un’ora dal versamento dell’assegno sul conto del traente e, che, va subito trasmesso al notaio convenzionato per il protesto ove privi di fondi. Fermi i termini di otto e quindici giorni, a secondo del luogo di emissione.

Inoltre, stante la stretta sulla tracciabilità, abnorme ed illegittima, l’assegno con importo superiore a tremila euro oggi, 2020, mille euro, ha perso la sua migliore caratteristica di essere un titolo di credito che può circolare tra molte persone, rappresentando una sorta capitale, sempre integra, cioè una moneta, sulla quale il Banchiere e lo Stato non potevano, fino ad oggi, mettere le mani. Lo Stato, come oggi inteso, è una grossa diligenza piena d’oro ed ogni politico o parapolitico se ne “fotte” una manciata. Manuale Cencelli.

Cerco adesso di spiegare la delittuosa attività di certi politici, i quali da decenni, si pretendono abili amministratori della cosa pubblica. Ecco, abili a depredarla, come hanno sempre fatto i loro ascendenti, accumulando straordinarie fortune.

Ecco la mia spiegazione.

Tizio ha in tasca monete per mille euro. Mettiamo 10 banconote da cento. Va da un commerciante di frigoriferi e ne compra uno, pagandolo mille euro.

Il commerciante, con i dieci biglietti da cento, va a comprarsi una moto e la paga con i dieci biglietti da cento. Il venditore di moto, con i dieci biglietti da cento, va dal suo sarto ed acquista un abito di costosa stoffa e lo paga mille euro consegnandogli i dieci biglietti da cento euro e così via.

Allora i dieci biglietti da cento sono serviti a tre acquisti: un frigorifero, una moto, un abito. Lo Stato guadagna attraverso il pagamento dell’i.v.a.

Le banche su queste tre operazioni nulla guadagnano.

Ciò procura loro un grandissimo dispiacere. Infatti se i tre pagamenti fossero stati effettuati a mezzo assegno di c/c oppure a mezzo bonifico bancario, le banche che diventano sei tra paganti e riceventi, perdono il guadagno derivante dalle prestazioni dei relativi servizi (annotamenti nel conto, stanza di compensazione assegni, costo spedizione bonifico) il che rapportato a milioni di operazioni di tale modesto tipo, significa mancato incasso di milioni di euro.

Pensate al movimento di grosse somme di denaro.

Di qui la prova che il cittadino è preda di uno Stato, che a sua volta è preda di banchieri assetati di sangue umano. Quello del popolo.

Lascio, momentaneamente, la descrizione degli assegni, cambiale e quant’altro appartiene alla fine anno 1959 ed inizio 1960 e ritorno al liceo Antonio Genovesi, preside Felice Alderisio.

Come ho già accennato, all’inizio del quarto ginnasio, anno 1954/55 il Preside Alderisio convocò papà Carmine, il papà di Claudio Silvi ed il papà di Gaetano Santangelo, miei compagni di banco, per dire loro di ritirarci dalla frequentazione del quarto ginnasio a causa delle nostre assenze (avevamo fatto amicizia e facevamo sempre “filone” così chiamata l’assenza non giustificata).

Fu inutile promettere di ravvederci in quanto saremmo stati bocciati comunque. Per evitarla ci ritirarono dal liceo.

Sta di fatto che l’amicizia non cessò e continuammo, anche se di rado, a frequentarci. Santangelo, il cui ricco nonno era senatore e docente della lingua cinese, si trasferì, dopo circa un anno, negli Stati Uniti e divenne ingegnere aeronautico.

Silvi si preparò privatamente e, mi pare, sostenne, da privatista l’esame del quinto ginnasio e lo superò ma presso altro liceo.

Io, ma l’ho già scritto prima, dopo un anno venni mandato a Scafati (Sa) a studiare privatamente, per imposizione di Mamma Elena, presso parenti di Papà, insegnanti alle medie. Dopo un anno e mezzo sostenni, con successo, l’esame del biennio ginnasiale presso il Genovesi e, pertanto, mi iscrissi ivi al triennio, conseguendo regolarmente il diploma liceale, detto la “maturità”.

Mi iscrissi subito all’università Federico II di Napoli, facoltà di giurisprudenza anche per poter rinviare il servizio militare, vigeva infatti la leva obbligatoria.

Il ministero della difesa mi aveva già mandato la famosa “cartolina” con la quale mi invitava a sostenere la tre giorni di leva, ove avrei potuto anche scegliere dove prestarla. Scelsi l’esercito.

In virtù dell’iscrizione all’università potei rinviare di sei anni la “partenza” che avvenne agli inizi del 1967. Poi ve ne parlerò.

Iscrittomi alla facoltà di giurisprudenza, 1964, cominciai anche la frequentazione della cittadella universitaria e della mensa di cui divenni assiduo. Il primo piatto costava trenta lire ed il secondo cinquanta, qui chiarendo che il salario mensile, negli anni 50/60, di un operaio generico, era di circa 45 mila lire.

Papà Carmine mi aveva comprato anche una Fiat 600, color blu, usata di terza mano.

Con quest’auto andai a Venezia che molto mi intrigava e vi sostai dieci giorni alloggiando in una struttura per studenti. Fu il mio primo viaggio fuori le mura di Napoli. Ho ancora un portafoglio che acquistai, ma altri “ricordini” per i miei, sono andati smarriti.

Con quest’auto io accompagnavo, quale “autista”, vari amici di papà Carmine che glielo chiedevano per svolgere commissioni varie, per lo più in città, poi fuori città, utilizzando però la Lancia Appia, ad utilizzarmi fu innanzitutto l’avv.Alfredo di Lauro, poi l’avv. Pietro Pistolese, ambedue del Banco di Napoli, presso il quale l’Officina Meccanica Carmine Cioffi, aveva conti correnti con sconto cambiario. Insomma godeva di molte agevolazioni.

Poi l’avv.to Costa Giovanni, ufficio legale interno I.N.P.S. che andava ogni mese a Sessa Aurunca, ove possedeva vastissimi terreni dati a mezzadria e, quindi, doveva andarci per controllare, fare conti, eccetera. Inoltre, ancora, l’avv.Antonio de Cesare, cronista capo del Corriere di Napoli, edizione serale del “Il Mattino”, che stava in quegli anni all’angiporto Galleria, Piazza Trieste e Trento, ma conosciuta come San Ferdinando. L’avv.de Cesare aveva anche lui molti ettari di terreno, dati a mezzadria, a Nocera Inferiore.

Ne parlerò a lungo più avanti.

Poi il Superiore dei Frati Francescani, Padre Francesco, convento via Tribunali, originario di Amalfi, ove spesso mi chiedeva di accompagnarlo e di riaccompagnarlo poi a Napoli.

Persona eccezionale, vero Francescano, al quale manifestai subito il mio agnosticismo (mi davo arie di saputello) e Padre Francesco cercò, con intelligenza, “di acquisirmi” senza forzature.

Quando era richiesto, andavo con la lancia Appia, prima serie, poi con la seconda serie.

Due modelli che onoravano il Made Italy (era considerata di rappresentanza).

In quegli anni, chiuso il fallimento con concordato, papà Carmine riemerse con i corsi professionali di addestramento INIASA, cambiava una delle due auto ogni anno (diceva per non subire deprezzamenti dell’auto. In realtà voleva affermare l’abile riemersione).

L’Avv.Antonio de Cesare, giornalista a tempo pieno, mai esercitato la professione forense, è stato un personaggio singolare nella città di Napoli. Dotato di una raffinata intelligenza e scaltrezza di vita, coetaneo quasi di papà Carmine, vantava anche il titolo nobiliare di Barone, aveva fatto gli studi liceali dai Gesuiti, per il che ebbe un percorso di studi, per così dire, privilegiato e, subito dopo la laurea, fu assunto da “il Mattino”.

D’altra parte quasi tutti i suoi compagni di liceo e, poi, di università, fecero strada, chi in banca, chi all’università, chi negli Istituti previdenziali, chi nella polizia di Stato, chi nelle forze armate,chi in magistratura, insomma nel pubblico, o para pubblico, impiego.

Era un uomo libero, tale volle essere e tale fu.

Peraltro, sia per la professione di giornalista, sia per le amicizie di casta, di liceo e di università, molte porte si aprivano se lui bussava per chiedere favori per sé o per suoi “protetti”.

Papà Carmine era appunto suo protetto ma all’insegna del do ut des. Rapporto chiaro.

D’altra parte l’aveva conosciuto tramite l’avv. Pierino Pistolese. Uno che contava (la sua base era il rinomatissimo Circolo Savoia, ove spesso mi convocava, per la Lancia Appia!).

Illuminante il fatto che la S.p.A I.C.D.A., cioè papà Carmine, prese in affitto i suoi uffici amministrativi a Napoli, nel grattacielo “Filospeziale” in via Medina, l’unico a Napoli, al nono piano, ove anche l’avvocato Pistolese aveva il suo piccolo studio privato, allo stesso piano.

Ritorno a De Cesare.

Per ogni evento “negativo”, che non potesse essere risolto, vie brevi, ci si rivolgeva nell’ordine, a di Lauro, a Pistolese, (a Costa solo se il problema riguardasse istituti previdenziali), ad Antonio de Cesare che, debitamente spronato, risolveva ogni “caso”, specialmente nei Tribunali.

Antonio de Cesare l’ho conosciuto, ma mi pare di averlo già scritto, quando il giornale il Mattino aveva uffici e rotative nall’angiporto galleria a San Ferdinando, di fronte al teatro San Carlo.

Di fronte c’era via Speranzella, una delle stradine dei cosiddetti quartieri spagnoli, ed ivi, tale Guardascione, aveva il deposito, quale concessionario della consegna alle edicole napoletane e provinciali, dei giornali il Mattino ed il Corriere di Napoli, e mi pare, anche del Roma, e di vari settimanali e mensili.

All’epoca i giornali, in gergo, chiusi, cioè verificati dal redattore capo, venivano stampati nella tipografia propria e qui il concessionario, all’una/due di notte, con i propri automezzi, li prelevava e li distribuiva alle edicole.

Ebbene Antonio de Cesare era stato colui che aveva perorato più di altri l’affidamento della concessione al Guardascione e quindi intercorrevano buoni rapporti.

Tutto questo per dire che quasi ogni venerdì sera mi recavo, nuncius di papà Carmine, con una busta aperta e contenente un assegno emesso da Officina Meccanica Carmine Cioffi oppure da tale Franco Esposito (un compariello di papà Carmine), dotato di carnet di assegni, tratti sul banco di Napoli, ed emessi a favore dell’officina, di solito posdatati a qualche settimana, per un importo oscillante tra 400/600 mila lire a favore dell’officina e da questa girato in bianco. Insomma, il conto corrente di Franco Esposito era a totale disposizione di papà Carmine.

Antonio de Cesare accompagnato da me, si recava dal Guardascione, io aspettavo in strada e, dopo pochi minuti, De Cesare usciva e, mentre ci allontanavamo, mi consegnava la busta con del denaro che io riponevo, con prudenza e attenzione, in tasca mentre lo salutavo a meno che non dovessi accompagnarlo con l’auto nel caso avesse una commissione da fare. Ma non mi trattava come un autista e, devo dire, neanche gli altri. Tutti mi “davano confidenza”.

Antonio aveva un solo figlio, Agostino, che io conobbi all’ultimo anno di liceo ed anche lui all’ultimo anno. Agostino, in prossimità degli esami di maturità, mi chiese di ripetere l’italiano ed il latino (con il greco ero bravino) con lui ed io lo feci, ben accolto dalla mamma, come la mamma di Claudio Silvi, ci preparava uno squisito dessert, per sostenerci! Anche lui era allievo, ovviamente dell’Umberto o del Pontano, non ricordo, superò gli esami. All’università ci perdemmo di vista anche perché era fidanzato con la nipote di un importante banchiere e che viveva a Roma e che sposò ancora studente ma già dipendente del Banco di Roma (dove ha fatto, poi, una splendida carriera). Quanto ho appena detto lo ho appreso dai suoi genitori, allorquando li accompagnavo a Vietri sul mare, ove possedevano una bellissima casa, vista mare e giardino.

Nell’anno 57/58, se ben ricordo, il giornale si trasferì nella prestigiosissima sede di via Chiatamone, un palazzo di proprietà del giornale che, nel piano seminterrato, circa trecento mq, ma senza tetto, godendo di quello del terzo piano, aveva grandi e lunghe rotative. Antonio de Cesare me lo fece visitare tutto, e, nell’occasione, mi fece conoscere il figlio di Libero Bovio, giornalista e scrittore, ed altre autorevoli firme. Mi presentava come un suo figlioccio. Insomma divenni quasi di casa.

Quando lo accompagnavo a Nocera voleva sempre fermarsi a Scafati perché era incuriosito dalle fasi della lavorazione delle cartucce ed in particolare dal reparto capsule/inneschi. Reparto blindato da poderose pareti di ferro e vi potevano accedere solo il chimico Smimmo ed il di lui aiutante, suo nipote, Enrico. A questo punto devo narrarvi questo episodio che mai dimenticherò. Il reparto più “curato” ed “attenzionato” era, appunto, quello dove si manipolava l’esplosivo che, poi, veniva immesso nell’innesco, dotato di tre forellini, che a sua volta veniva inserito nei fondelli di rame, poi in alluminio per risparmiare, che incapsulavano il bossolo/cartuccia.

Il capo di questo reparto era, come ho detto, il perito industriale Smimmo, che, in sede di assunzione, pretese anche l’assunzione di suo nipote Enrico, quale suo collaboratore, e degli altri operai specializzati, pure suoi collaboratori, cioè la sua squadra, da lui indicati, assumendosene ogni responsabilità. D’altra parte il reparto, immobile con il macchinario e con le misure di sicurezza, venne da lui progettato seguendone pure le fasi realizzative. A tale reparto nessuno, nemmeno io e papà potevamo accedere se non in sua presenza.

Tanto ho precisato perché ci fu un’esplosione a causa della quale il nipote Enrico perse la mano sinistra. Ancora oggi lo scrivo con grande dolore, oggi come allora.

Gli accertamenti degli ispettori Inail appurarono che fu un maldestro ed incauto gesto di Enrico il quale lo riconobbe unitamente a suo zio Smimmo.

Pur tuttavia subii un processo, per gravi lesioni, innanzi il Tribunale di Nocera Inferiore, uscendone assolto. Sta di fatto che il processo si svolse in mia contumacia, le notifiche non mi venivano date da papà Carmine per non farmi preoccupare, ma nemmeno lui se ne occupò, ritenendo, arrogantemente, decisive le conclusioni degli ispettori Inail.

Del processo ho saputo allorquando, anno 67, io e papà Carmine, alla fine assolti, fummo imputati di bancarotta fraudolenta a seguito del fallimento della SPA I.C.D.A. Infatti era allegato agli atti il mio certificato penale. Me lo disse l’Avv.Andrea della Pietra, nostro difensore, che prese a cuore la nostra vicenda. Infatti mio figlio Andrea porta il suo nome e, con affetto, Don Andrea, aderì ad essere il suo compare di battesimo.

Persona ed Avvocato di altri tempi. Come anche, poi, i suoi figli Adele, Emidio e Vittorio.

Letti gli atti, estraendoli dall’archivio del Tribunale di Nocera, dopo diversi anni, appresi che all’udienza dibattimentale, io contumace, venni difeso da un avvocato di ufficio, di nome Vittorio Cincotti, con studio a Salerno. Dal verbale emergeva sia la sua bravura professionale sia la sua competenza in tema di armi e di esplosivi, acquisita durante l’ultima guerra, come ebbe a dirmi nel suo studio ove mi recai, previa telefonata. Non volle nemmeno un centesimo, così rispose alla mia richiesta di conoscere il suo onorario. Aveva un alto senso del mandato difensivo anche di quello conferitogli di ufficio dal Giudice

E così ebbi un altro, diversi ne ho avuti, ed alto insegnamento dall’Università della Vita.

Ancora oggi lo ricordo e fa parte del mio personale albo dei ricordi “da ricordare sempre”. Quindi ritorno sull’attività aziendale per narrare un altro episodio che mai dimenticherò.

De Cesare poneva infinite domande al chimico sulla funzione dell’innesco e qui scoprii che aveva fatto, per breve tempo, il servizio militare, “gestendo” il deposito munizioni, dello spolettificio di Torre Annunziata. Insomma era un “imboscato”, come conviensi alla casta dei nobili. D’altra parte corrono appena venti km tra Nocera e Torre.

Ma De Cesare in questi viaggetti a Nocera e quando ci fermavamo a Scafati per una sosta, cioè mangiare un boccone alla mensa aziendale (ebbene sì, avevamo subito attivata la mensa) mi raccontava pezzetti della sua vita, non mi parlava mai di conquiste femminili perché, come ho già detto, persona “seria” era, ma anche dotato di una raffinata ironia. Infatti i suoi racconti erano tipici di un disincantato, di uomo vissuto, necessariamente ironico.

Anche con sé stesso e con le sue debolezze di grande avaro e un po’ usuraio. Ma sempre della Democrazia Cristiana, con tendenza a destra.

E così mi raccontava della rivolta delle quattro giornate a Napoli, dell’armistizio Badogliano, (per il che i Tedeschi si presero collera, ritenendoci Traditori) e dell’occupazione Militare agli ordini del Generale Poletti, e delle violenze dell’esercito americano su donne e bambine, anche di tredici anni, continuamente ed ignobilmente strupate e dei saccheggi fatti e del mercato di generi di prima necessità.

Mi raccontava che era dovuto intervenire con il magistrato Roberto Martinelli, nominato dagli americani Questore provvisorio di Napoli, il quale, adocchiata la berlina fiat 1.500 che usava papà Carmine, la sequestrò “per esigenza di servizio”.

Essendo naufragati i tentativi di riottenerla, e il fatto che erano passati circa due anni, intervenne De Cesare, con le sue importanti amicizie ed ottenne, comunque dopo mesi, l’auto che però va detto, era stata ben tenuta.

Peraltro papà Carmine dovette spiegare al Martinelli, livoroso, presente De Cesare, che aveva guadagnato bene con la fabbrica delle “semmenzelle” sita nei locali di via Macello, che erano in fitto in quanto di proprietà del suocero Gennaro Castaldo e, quindi, si poteva permettere onestamente l’automobile. Le indagini “ricattatorie” disposte dal Martinelli confermarono.

Di Roberto Martinelli poi vi riparlerò, perché la vita è una ruota (detto popolare antico).

La costruzione edile dello stabilimento ed il prodotto costruito.

L’impresa di costruzioni edili, familiare, Domenico Rosato, consegnò lo stabilimento in varie riprese e lo completò in diciotto mesi, salvo piccole opere a farsi e cioè una specie di piccolo zoo, cani, gatti e… conigli, e con piccolissimo laghetto per le anatre, che dovevano “vivacizzare” il lavoro, ma anche come guardiane.

Tale progetto prevedeva dodici immobili, piccoli capannoni indipendenti, ovviamente con percorsi pedonali ed automobilistici, per carico e scarico merci, ed, ovviamente, vi era anche un complesso impianto elettrico, per il macchinario e per l’illuminazione interna, supportato da una cabina elettrica, 5×5 mt, della ditta Monsurrò, molto accreditata.(negli anni successivi, 2000, ho conosciuto il figlio del titolare, Francesco, consocio del club “Mandarino” Molosiglio Napoli)

Si partì dal muro di cinta, dall’installazione di un pozzo artesiano, dal reparto esplosivi e così via, secondo il progetto esecutivo dell’ing. Michele Scopece. Parte del macchinario venne fornito dall’officina meccanica Carmine Cioffi, regolarmente fatturato con I.G.E, oggi I.V.A. Altro macchinario dalla Ditta Peruchetti di Modena ed altro ancora dalla rinomata ditta Mazzocchi di Napoli. Vennero, gradualmenten assunti, nel corso dell’anno, circa 80 operai/e, in primis Smimmo per gli esplosivi e Davelli quale capotecnico.

La macchina per arrotolare il bossolo di carta venne acquistata in Germania perché quella acquistata a Modena risultava inidonea per il calibro 12.

La produzione, seppur ridotta per il ritardato invio della macchina tedesca, iniziò dunque con le capsule esplodenti e con i piattelli, oltre una piccolissima produzione di bossolo arrotolato con una macchina di risulta.

Nel frattempo veniva creata una rete di agenti di commercio Italia, Libia, Spagna, Francia ed in Argentina.

L’amministratore unico, ing.Michele Guida, viste le difficoltà economiche, dopo circa un anno, comunicò di volersi dimettere e diede due mesi di tempo per reperire un altro amministratore.

Papà Carmine non ne riuscì a trovare uno che facesse il mero esecutore dei suoi ordini, volle che abbandonassi l’università e facessi l’amministratore e questa volta Mamma Elena nulla potè fare. Io aderii, vista la posta in gioco cioè il fallimento della società in quanto Michele Guida, in mancanza, avrebbe portato i libri in Tribunale dichiarando dissesto e, tanto, nonostante il fatto che Moccia Tommaso gli garantisse i necessari finanziamenti.

E così diventai amministratore, di nome ed un po’ di fatto, di una SPA con un passivo già di circa 250.000.000 duecentocinquanta milioni di lire, anche se a lungo termine.

Con tale nomina era come se mi fossi iscritto “all’università della vita, quella reale” avendo acquisito già “il diploma della Vita, sempre quella reale”.

Infatti ciò che ho imparato in quegli anni, “tra il diploma e l’università del Marciapiede” era completamente diverso dalle conoscenze liceali ed universitarie.

In realtà si integravano e si integrano ancor oggi, anno 2020, epoca coronavirus.

Ci vogliono ambedue le esperienze per formarsi. Nel bene e nel male. Ma è una mia idea. Riferendomi “all’università della vita reale” ebbi la mia prima lezione allorquando il nostro ragioniere, factotum, Pietro Scoppetta (nipote, autentico, del grandissimo pittore napoletano dell’Ottocento, Pietro Scoppetta) segnalatoci per la sua assunzione, da De Cesare, mi insegnò, quasi un corso, negli uffici di via dei Fiorentini, tutto sulle cambiali, le cambiali tratte, quelle accettate, gli assegni postdatati, eccetera.

Infatti, papà Carmine, diede incarico a Scoppetta di farmi firmare delle cambiali. Era una mazzetta alta quasi dieci cm. Mi rifiutai e di qui la lezione che durò due pomeriggi. Si trattava di una novazione di circa 250.milioni di cambiali, scadenti semestralmente, di 15 milioni, per 6 anni, da dare ad Antonio Moccia (Tommaso) ed inerenti la costruzione edile della fabbrica effettuata da Domenico Rosato. In punto di fatto, Domenico Rosato aveva avuto materiali edili, per circa cento milioni di lire, da pagare successivamente, a fronte della costruzione dello stabilimento. E questi erano, in verità, gli accordi intercorsi con Tommaso.

A questo punto firmai le cambiali ed io stesso andai da Tommaso a chiudere, con debite scritture, la partita Rosato.

Dopo qualche giorno Papà Carmine mi fece trovare l’auto sportiva spider 1600, alfa Romeo. Secondo il suo modo di pensare era il suo ringraziamento.

Nello stesso grattacielo, ma alla scala B, noi eravamo alla A, vi era lo studio del Ragioniere Giovanni Mucci, già bancario Banco Napoli, il quale istruiva le pratiche di finanziamento Isveimer, sia quelle dei contributi a fondo perduto, cioè che non si rinborsavano, della Cassa Per Il Mezzogiorno.

Il predetto, nonostante gli interventi dell’avv. Alfredo di Lauro e dell’avv.Antonio de Cesare, nostri protettori, impiegò circa tre anni per ottenere il contributo della Cassa di lire novanta novanta milioni. Tanto perché prima di noi venivano gli imprenditori massoni e noi non lo eravamo.

Appreso quanto sopra, noi I.C.D.A. e tale Gorgone Alessandro, titolare della ditta “Gorgone Mobili”, Caserta, dal quale acquistammo tutti i mobili per gli uffici di Napoli e di Scafati, che pure era in lista d’attesa da anni, decidemmo, su suggerimento di Mucci, ed il consenso di De Cesare e di Di Lauro, di andare dal Mega Presidente della Cassa, dr. Alfonso Menna, politico Salernitano, nei suoi uffici di Napoli alla via San Giacomo, di fronte alla sede del banco di Napoli. Quivi, io ed il sig Gorgone minacciammo di chiudere le rispettive fabbriche con il risultato di centinaia di famiglie sul lastrico. In verità il Presidente ci ascoltò con attenzione, si fece portare i dossier, li esaminò velocemente e ci disse di aspettare nella saletta di attesa.

Ci riconvocò dopo un’ora e, sbrigativamente, ci congedò assicurando che il contributo sarebba stato erogato entro un mese. E così fu.

E fu una boccata di ossigeno per l’I.C.D.A.che non valse a risanare l’azienda per cui cominciarono ad arrivare i ricorsi di fallimento.

Così scoprii il tribunale fallimentare di Napoli ed il mondo imprenditoriale, vittima o “abusatore” dello stesso. La legge fallimentare dell’epoca della cosiddetta “ricostruzione dell’Italia”, post bellum, cioè del boom economico anni sessanta, in astratto era buona ma nella pratica, consentiva abusi da parte di magistrati, di avvocati, di ragionieri, insomma di quel mondo professionale e faccendiere che ruotava (e ruota tutt’oggi) attorno al fallendo ed al fallito, all’interno ed all’esterno di ogni tribunale.

Infatti era una procedura liquidatoria nel senso che il Giudice fallimentare nominava un Curatore il quale doveva, quale suo onere principale, vendere o svendere i beni del fallito e poi, dividere il ricavato, pagando prima i creditori privilegiati ex lege e, poi, con la somma residuata, i creditori ordinari, sotto la direzione del Giudice Delegato.

Il che significava “è arrivata la pratica” cioè arricchimento, apparentemente lecito e legale, per il Giudice delegato corrotto, per il curatore corrotto, per i legali e consulenti vari del fallimento corrotti, per i faccendieri delinquenti, di solito camorristi con l’abito buono, che ruotavano attorno al curatore, salvo le eccezioni, quasi sempre da lui “costituito” che acquistavano, a seguito di “gara pubblica”, in realtà solo tra bande di avventurieri disonesti protetti dalla malavita, che facevano cartello, ingenti patrimoni immobiliari o beni mobili di grande valore.

Tutti sapevano ma nessuno parlava. Tanto meno i giornalisti asserviti!

Naturalmente l’imprenditore, di buona fede ed onesto, ne usciva materialmente e psicologicamente devastato in uno alla sua famiglia ed in più disonorato, specialmente se ne seguiva un processo penale per bancarotta fraudolenta.

Il processo penale e relativa severa condanna, laddove intervenuta, (la casta, però, con l’assistenza di costosissimi, e massoni, legali, ne usciva quasi sempre assolta, il povero cristo senza soldi ne usciva, invece, spesso stroncato), era il sigillo della legittimità di “quel” procedimento fallimentare. Ma era così nella quasi generalità dei casi.

Papà Carmine e noi familiari l’avevamo già sperimentato nel 1954.

Negli anni settanta non era diverso.

Nei confronti dell’imprenditore, insolvente per qualsiasi motivo, il creditore, munito di un titolo esecutivo, poteva proporre, in sede civile, il pignoramento dei beni (strada lunga) oppure direttamente il ricorso di fallimento (strada breve) oppure, in sede penale, una denuncia/querela per insolvenza fraudolenta (strada lunga e difficile per molti motivi).

Il procedimento fallimentare iniziava con il deposito nella cancelleria fallimentare di su un’istanza di fallimento fondata sul preteso credito, però necessariamente rappresentato da un avvocato o di un procuratore legale (fase obbligatoria, per chi volesse, poi diventare avvocato) tanto sempre quale privilegio, incomprensibile, di una casta, quale era quella degli avvocati. Infatti dopo sei anni si diventava, automaticamente, avvocato così come l’avvocato diventava, automaticamente, cassazionista per le giurisdizioni superiori, dopo sei anni da avvocato!!!

Questa istanza o, meglio, ricorso, una volta depositato, con gli estremi del fallendo/a ed i titoli esecutivi, nella cancelleria, con il visto del Magistrato dirigente, apriva un un fascicolo fallimentare ed invitava il fallendo/a a depositare nota difensiva, ma a ministerio di un legale, fissando, all’uopo una data di solito a tre o quattro mesi, e nominando il Giudice delegato al procedimento.

Ricevuto tale comunicazione il preteso debitore contattava subito il legale del presunto creditore ed iniziava una trattativa stragiudiziale tra le parti e sempre, poi, tra i rispettivi legali.

Cioè si apriva il cosiddetto mercato delle “desistenze” che consistevano in una dichiarazione a nero del legale, parte creditore che, appunto, desisteva dall’azione. Tale desistenza comportava il pagamento degli onorari, congrui, da parte del debitore sia al proprio legale sia al legale del creditore. Nell’ipotesi che non ci fossero altri creditori istanti, il deposito della “desistenza” comportava l’archiviazione del procedimento.

Ove ve ne fossero altre, il procedimento proseguiva per la camera di consiglio alla data fissata.

Va da sé che il debitore “correva” a chiudere, stragiudizialmente, quando ne aveva la disponibilità economica, le debitorie pendenti.

Epperò avveniva che gli avvocati “fallimentaristi”, che già avevano ricevuto incarico dal proprio cliente di depositare il ricorso ma non l’avevano ancora preparato, erano ben “ammanigliati”, parlo in generale, venivano, subito, “avvertiti” del deposito del primo ricorso e, quindi, si affrettavano a depositare il proprio, anche senza titolo esecutivo, con la conseguenza che il fascicolo d’ufficio si ingrossava a dismisura.

Erano pratiche “belle” per gli avvocati paglietta che facilmente concedevano la prima, la seconda, ed anche una terza desistenza e, sempre, con il pagamento degli onorari e diritti maturati con il deposito!

Una distruzione fisica ed economica per i piccoli e medi imprenditori.

Quando ciò accadeva “La ricostruzione” del paese Italia subiva, de facto, una ferita.

L’I.C.D.A. aveva ingenti debitorie:

A-con gli istituti previdenziali;

B- con l’Isveimer;

C-con i Moccia Antonio e Tommaso;

D-con “personaggi” portatori di nostre cambiali a loro girate dai Moccia;

E-fornitori, per modesti importi, di materie prime;

F-portatori di cambiali o assegni con i quali era intervenuto lo scambio dei predetti.

Spiego facendo un esempio: L’I.C.D.A. rilasciava, a Bianco Raffaele, produttore di vino, dieci effetti cambiari di un milione di lire, scadenti mensilmente e tre assegni postdatati di un milione al mese. Bianco Raffaele, a sua volta, rilasciava all’officina meccanica Carmine Cioffi, un soggetto terzo per evitare i cosiddetti incroci/scambi, corrispondenti cambiali ed assegni post datati. Evidenzio che allora non c’era la clausola obbligatoria di non trasferibilità. Altra legge -anni 2000- punitiva, mascherata dall’intento di eliminare il contante e, quindi, l’evasione, o di rendere difficile il riciclaggio.

Punitiva perché con siffatte ed analoghe leggi, eterogenesi dei fini, il cittadino era ed è sempre più controllato, schedato, e privato della autonomia ingegnosa, a volte fantasiosa, di individuare e realizzare un’attività produttiva o mercantile, a dispetto dello Stato Magnone che era, ed è, diventato socio. Appunto Magnone.

Ritornando a quanto dicevo, Bianco scontava in banca, ove affidato, gli effetti o li girava, in pagamento, unitamente agli assegni postdatati, a suoi fornitori o creditori.

Altrettanto faceva l’I.C.D.A.

Ambedue, con siffatto modo, si autofinanziavano. A dispetto delle Banche Magnone.

A questo punto, torna utile, rappresentare l’inventiva, tutta meridionale, dei pionieri- ricostruttori dell’Azienda Italia, distrutta dall’insana seconda guerra mondiale, dal popolo non, non, non voluta.

Avviata la zoppicante fabbrica, anche per la prevedibile (non da Carmine Cioffi) crescente affermazione del bossolo di plastica, bisognava, in attesa dei prestiti Isveimer e del contributo Cassa per il Mezzogiorno, reperire, giorno per giorno o settimanalmente, il denaro per pagare le cambiali, gli assegni, gli operai, e gli impiegati, le utenze fisse, eccetera.

A tal fine si autocostituirono due punti operativi: il primo, alle ore otto/nove, dal lunedì al sabato, alla via Abate Minichini. Napoli. Ufficio Moccia Tommaso

Il secondo, alle ore nove/dieci, sempre dal lunedì al sabato, a piazza Principe Umberto/via Firenze Napoli. Ufficio Pasquale Angelino (autolinee provinciali).

Di Moccia sapete. Di Pasquale Angelino adesso vi dico. Questi era concessionario, già all’epoca, delle linee trasporti passeggeri.Napoli, capolinea. Deposito-rimessaggio, Caivano. Con la “protezione” necessaria, erano oltre cinquanta i comuni entro terra e costieri che venivano attraversati.

Già allora godeva di forti contributi comunali e regionali, al di là del biglietto che pagavano, e pagano ancora oggi, gli utenti.

Godeva di agevolazioni varie fiscali ed anche in tema di carburante, gratis quasi.

Pur tuttavia era in perenne affanno di liquidità, oggi è una grossa e fiorentissima impresa, e sono subentrati figli e nipoti.

E dunque piccoli e medi imprenditori, delle più svariate attività, solo inizialmente edili, da cinque a dieci/dodici, si incontravano da Tommaso e tra loro si scambiavano assegni postdatati. Autofinanziamento!

Poi, Tommaso, non graziosamente, si adoperava con il padre per consentire lo sconto ma solo a quelli la cui la esposizione debitoria del momento, lo consentisse; cioè che il “fido” non fosse stato esaurito, cioè ancora Antonio Moccia rilasciava un assegno incassabile subito, previo bonus, decurtato degli interessi. Quindi, quasi una banca!

Avvenuti gli scambi o dai Moccia e, poi, da Angelino o viceversa, ognuno di noi doveva scontarli presso qualche usuraio oppure, se lo scambio era avvenuto con la data in bianco, che veniva scritta dal beneficiario, ed il luogo di emissione “fuori piazza” lo versava in banca, oppure ancora, pagava i propri fornitori.

Peraltro, anche Angelino e spesso i Moccia, agivano allo stesso modo.

Innanzitutto, devo precisarlo, Antonio Moccia, operativo a Napoli, via Abate Minichini ma di Afragola, con i fratellastri Luigi e Giuseppe, via Pica a Napoli, era solo un lontano parente di Enrico Moccia, potente capo clan, notissimo, che controllava Afragola e provincia in contrapposizione a tale Mario Giugliano, pure potente capo clan. Infatti operavano negli stessi settori “merceologici” per così dire, e nelle stesse terre che si erano divise.

Però cani sciolti sconfinavano e, di qui, spargimenti di sangue.

Ritornando ai fatti in discorso, io rammento alcuni abituali frequentatori del mattino di Moccia e di Angelino.

Bianco Raffaele, produzione vini. Bianco Donato, costruttore edile, Rosato Domenico e figlio Roberto, costruttori edili, Scarpati Giuseppe produceva e ricostruiva gomme per auto, Sodano Luigi effettuava movimenti terra, Cipollata Francesco recuperava mercurio dalle lastre radiologiche, Ferraiuolo Sergio costruttore edile. Santostefano Michele commerciante in ferramenta ed affini, Caputo Alfredo, fabbricava camici ed indumenti da lavoro. Di altri, non abituali, non ricordo nomi ed attività.

Di Antonio Moccia conobbi anche le tre figlie Carmela, Rosa ed Antonietta.

Gennaro, il maggiore, però si era reso autonomo imprenditorialmente dal padre, pur vendendo mattonelle, arredi fissi per bagni, ed accessori, con deposito al corso Umberto, rettifilo, nelle vicinanze dell’Università. Mario, il più piccolo, studiava da geometra ma non consegui il titolo, infatti si accompagnava a Tommaso nella vendita del cemento ma non volle partecipare, come le sorelle, ai finanziamenti, sconti titoli, e connessi, ritenendo tale attività pericolosa. Sotto tutti profili.

D’altra parte, don Antonio, aveva completato il terzo fabbricato ed aveva dato venti appartamenti e cinque negozi terranei a ciascuno dei figli.

Carmela, poi mia cliente quale avvocato, sposò un noto medico cardiologo, tale Alfredo Zarrelli (ed il loro figlio Giuseppe è diventato un valente avvocato come suo zio Mario) e Maria un geometra professionista, molto affermato e Rosa un Ragioniere, di fatto un politico.

Gennaro sposò Olga De Renzis, figlia di un cancelliere del tribunale di Napoli ed anche i suoi fratelli erano cancellieri (quando si dice la tradizione di famiglia).

Tutti i fratelli Moccia, qui indicati, hanno conservato gli immobili, donati loro, in vita, da Don Antonio, tranne Tommaso.

Tommaso, che è stato colui che ha edificato il terzo fabbricato, di cui hanno beneficiato i fratelli e sorelle, per la sua voglia, e lo ripeteva spesso, “di fare”, anche impossessandosi delle attività altrui, e di non voler vivere di rendita, “è riuscito” a vendersi tutto, anche per soddisfare le molte amanti che cambiava continuamente, pur avendo una bella moglie e due splendidi figli, fortunatamente, poi assunti dallo zio Giuseppe.

Una piccola nota: da avvocato l’ho aiutato difendendolo senza nulla chiedere pur avendoci estorto a suo tempo, a fronte del suo credito, decuplicato, il cinquanta per cento delle azioni dell’I.C.D.A. che era prossima al fallimento e lui ben lo sapeva. Ritornando alle vicende I.C.D.A. La mia tesi era quella di riconvertire la produzione, ma erano necessari capitali freschi ed una capace ed aggiornata direzione ed amministrazione al passo con i tempi.

Tommaso e papà Carmine, non vollero seguirmi su questa strada.

Nell’elenco dei personaggi conosciuti dai Moccia, ho indicato Alfredo Zarrelli, medico, sposato con Carmela Moccia la quale, pur abitando con il marito a via Macedonio Melloni, a pochi metri da via abate manichini, poco frequentava i congiunti acquisiti per una questione, diceva Tommaso, di casta.

Invero Alfredo, cardiologo, il Fratello Mario, avvocato, Domenico, eterno studente, erano figli di Zarrelli Vincenzo, potente magistrato.

Mario Zarrelli, siamo intorno al 1963/64, lo conobbi accompagnando Masino che gli stava portando delle mattonelle, assai pregiate, quali campioni della richiesta fornitura, dovutagli per onorari di una causa, per la sua futura megacasa/studio in Piazza San Domenico Maggiore, palazzo di Sangro e di cui alla contigua famosissima Cappella, “cristo velato”.

L’appartamento era, ed è, quasi una reggia, di oltre quattrocento mq. più spaziose cantinole e spazioso garage.

Ne uscii indignato per come ricevette Masino, tutta apparenza, solo forma e niente sostanza.Anche Masino disse con rabbia: solo per mia sorella Carmela non ho trasceso. E mi raccontò, in quell’occasione, chi fossero gli Zarrelli, radicati nel Sannio.

In particolare uno o due cugini, di Mario, stesso cognome, nel Beneventano, furono artefici, fine anni cinquanta, di folli azioni per le quali, uno di essi fu dichiarato incapace di intendere e volere ed evitò il carcere.

Comunque, nel ceppo, disse, ci doveva essere qualche “tara”.

Conobbi anche Domenico detto Mimmo, Zarrelli l’eterno studente, personaggio gaudente e nulla facente (ma alla fine, dopo decenni, si è laureato).

Sta di fatto che si inserì nel gruppo degli studenti “fuorisede” che dominava l’organismo “Opera Universitaria” (ove giravano molti contributi comunali) e ne ho avuta conferma allorquando sono ritornato all’università dopo il fallimento della I.C.D.A. 1966/67.

La struttura era letteralmente nelle mani di studenti che ho conosciuto e sporadicamente frequentato. Elenco i fuorisede:

Silvano Masciari, assessore e consigliere del Comune di Napoli, sigla PSI, per svariate legislature arrivando a disporre di trentadue deleghe. Indiziato,indagato ed, alla fine incarcerato, ma con tantissimi soldi imboscati si dice.

Pasquale Smaldone, poi negli anni, “RAS” nell’ATAN.

Pasquarella giuseppe, area DC, poi negli anni titolare di uno affermatissimo studio legale/giudiziale, stragiudiziale, e contrattualistica a Napoli.

Carlo Gaudio poi avvocato commerciale ma non inserito nel sistema e non ho mai capito se non volesse o se non fosse stato accettato.

C’erano anche napoletani ma non ebbi modo, né interesse, a conoscerli e tanto meno a frequentarli. Avevo tantissimi problemi e problemini quotidiani da risolvere.

Mimmo Zarrelli, venia per le continue digressioni, iniziò a collaborare con Tommaso, diventandone una specie di autista factotum, accompagnandolo nel giro, quasi quotidiano, presso i suoi debitori, dislocati in provincia. Siamo intorno al 1965/1966, e ben lo ricordo, in quanto mi chiese di acquistare una Flavia coupé, un nuovo modello della Lancia, dal nostro fornitore privato, Salvatore D’anna, titolare di un piccolo supermercato al Borgo S. Antonio Abbate, gestita dalla moglie.

Salvatore D’Anna accettò di vendere l’auto ma volle che fossi io a firmare, non le cambiali, ma assegni di c/c, dilazionati in dodici mesi a partire da 120 giorni dalla materiale consegna della vettura e per l’importo di ben cinque milioni di lire. E così fu. L’auto venne intestata, guarda caso, come pretese Masino, a Mimmo Zarrelli, per le sue prestazioni di factotum ma anche guardia spalle essendo di notevole stazza. Quest’auto fu al centro di un grosso caso giudiziario. Una famiglia intera, due genitori ed una figlia vennero trovati sgozzati nel loro appartamento a via Caravaggio a Napoli. Intanto Domenico Zarrelli venne condannato all’ergastolo, ma poi fu assolto. Comunque restò in carcere cinque anni. Per giustificare i tagli che aveva sulle mani, addusse che se li era fatti spingendo la sua auto, appunto la coupé lancia Flavia, in panne e guidata, in quel frangente, da una squillo sud americana che confermò. E qui mi fermo.

Masino per l’importo dell’acquisto della Flavia coupé, mi girò cambiali di Sodano e Rosato, che però ritornarono insolute. Altro bidone di Masino. Mi disse che me li avrebbe decurtati dal suo credito nei nostri confronti.

Ritorno sull’attività aziendale per narrarvi un altro episodio che mai ho dimenticato.

I concessionari, con esclusiva dei nostri pochi prodotti, erano:

  1. Armeria F.lli Perna sas di Reggio Calabria per tutta la Calabria e Italia meridionale
  2. Ditta Verin Paolo per il Nord
  3. -Ditta Numeroso Giovanni, Scafati, per l’Italia centrale.

Il più importante concessionario era l’Armeria F.lli Perna, in persona di Alfredo Perna, che acquistava, sia pure a prezzi di costo, pagando le tratte autorizzate che emettevamo ancor prima di consegnare la merce.

Quindi rapporto di fiducia pur sapendo del nostro stato prefallimentare, infatti rimase creditore di circa sessanta milioni di lire.

Gli altri due, invece, non avendo disponibilità economiche, erano da noi finanziati nel senso che davamo loro fiduciariamente la merce che, da essi poi rivenduta, ci avrebbero pagato.

In relazione a Don Alfredo devo raccontarvi due episodi che pure sono scolpiti nella mia memoria.

Il primo.

Dovevo andare da lui a Reggio, in quanto dovevamo fare dei conteggi dare/avere e rilasciargli mie cambiali dirette. Avevo appena comprato una lancia beta coupè (all’insaputa di papà Carmine) e, quindi, decisi di andare con la Giulia berlina, alfa Romeo di pochi mesi, con Franco Soria, amico di vagabondaggio serale e nostro dipendente da un anno. Partimmo alle sette di sera ed era primavera e, verso le undici, chiesi a Franco di darmi il cambio alla guida.

Scambiati i posti io abbassai lo schienale, fino in fondo, del sedile e mi addormentai. Ad un certo punto sentii Franco che diceva “ci stiamo accappottando” ed infatti l’auto iniziò a capovolgersi e rotolare. Ad un certo momento si fermò ed io e Franco ci ritrovammo sul sedile posteriore ed il lunotto di vetro posteriore scomparso. Ci chiamammo e ci rispondemmo e subito uscimmo dall’auto, proprio attraverso il lunotto posteriore, aiutati da varie persone, camionisti, che si erano fermate per soccorrere. Constatammo che un grosso albero aveva fermato la corsa dell’auto.

Per nostra fortuna. Infatti i camionisti si dicevano e ci dicevano che dovevamo accendere dei ceri alla Santa protettrice degli autisti di cui non ricordo il nome. Ed era vero perché io mi salvai in quanto disteso. L’angolo, a destra del volante, del tetto della Giulia era penetrato fin dentro l’abitacolo. Mi avrebbe infilzato. Viceversa, lato guidatore, oltre la rottura di tutti i vetri e lo scardinamento delle due porte anteriori, il tetto era intatto.

Un anziano signore che era con la moglie ci condusse un con la sua auto ad albergo di Paola.

Questa era la città, alle cui porte, avvenne l’incidente.

L’indomani telefonai a papà Carmine e, poi, a Don Alfredo il quale, nei giorni successivi, prelevò l’automobile accreditandoci quattrocentomila lire.

Rientrammo a Napoli con il treno.

Il conteggio dare/avere lo facemmo dopo circa otto mesi a Napoli, nei nostri uffici al Grattacielo Filospeziale.

Ovviamente Don Alfredo alloggiava, a nostre spese, nell’albergo Jolly, quattro stelle, ivi sito. E questo costituisce,

il secondo episodio.

Avevamo, nei nostri uffici, definito il conteggio dare/avere e gli avevo consegnato il regolamento cambiario e ci accingevamo ad andare a cena. Erano le otto di sera allorquando telefonò il fratello di Alfredo chiedendo di lui.

Gli passammo la cornetta e lui, dopo un breve conversare, cupo, disse “parto subito”.

Ci disse di trovargli, subito, un volo o un treno perché l’anziana mamma aveva avuto una crisi cardiaca, e voleva subito rientrare.

Al che gli dissi che l’avrei accompagnato con l’auto ed ero pronto a partire anche subito in quanto non c’erano treni né aerei. E così, fatto il pieno di benzina, partimmo. Non c’era ancora l’autostrada. Era in costruzione ed, ad oggi, non ancora completata del tutto.

Ovviamente, ricordando l’incidente avvenuto pochi mesi prima, feci i debiti scongiuri.

Ci fermammo, nella notte, quasi estiva, diverse volte per fare benzina ma, principalmente, per riposare un poco, anche perché non c’erano molti punti ristoro.

Durante il viaggio Don Alfredo mi raccontò, tra altri fatti della sua famiglia attuale e di quella d’origine, che era stato comandante partigiano, nell’ultima guerra. Infatti era nato nel 1914 ed all’epoca di questi fatti contava circa cinquant’anni.

Aveva avuto anche un riconoscimento ufficiale da parte del Governo Italiano per il valore mostrato quale comandante di brigata.

Non ci voleva molto per capire che voleva parlare per distogliere il pensiero dalla madre, rimasta vedova da anni. Ed io, per stare al gioco, gli ponevo molte domande e lui rispondeva, quasi grato.

Arrivammo al corso Cavour, mi pare, ed a metà di questo disse, con voce rotta, ci siamo quasi, va piano, va piano ripeteva, ed intanto scrutava i palazzi alzando gli occhi verso i piani alti a sinistra lato guida. Ad un certo punto, ad alta voce disse: “fermati, fermati, le finestre di casa sono spalancate, mia madre è salva”. Mi ringraziò e mi abbracciò e mi invitò a restare per pranzo. Erano le sette del mattino. Risposi: grazie ma devo rientrare, ci sentiamo poi telefonicamente. E ripartii avendo cura di fare molte soste. Alla prima di queste, in una stazione di benzina, dormii per due ore.

Anche mentre scrivo questo fatto, ancora una volta, rivado, con la mente a quel viaggio e capii subito il perché Don Alfredo non avesse mai più chiesto il pagamento del suo credito (e non era ancora intervenuta la sentenza di fallimento, né si inserì nell’elenco dei creditori chirografari)

Tra i vari ricorsi di fallimento che ci inondarono, anche per la cupidigia di taluni avvocati, tra cui un ex deputato dell’MSI, Movimento Sociale Italiano, il cui figlio è stato magistrato, poi politico “della sinistra”, che praticavano e, non solo con noi, l’infame giochino della reiterazione del ricorso/desistenza, già spiegatovi, audaci lettori, ve ne fu uno, per oltre venti milioni di lire, ricorrente una società del gruppo di Giuseppe Moccia, rappresentata e difesa, nel ricorso di fallimento, dall’avvocato Franco Aversa dello studio “Rolandi Carlo commercialista e Aversa Franco avvocato” sito in Napoli Piazza dei Martiri/via Calabritto, Piazza dei Martiri.

Per chiarire, sia Rolandi, sia Aversa, erano i principali consulenti delle imprese Giuseppe Moccia, con sede in Napoli alla via Pica.

Ma erano anche soci, con quote di minoranza, in varie società con lo stesso ed in particolare la nascente SpA Mn Linea Uno, vale a dire la nuova metropolitana che avrebbe circumnavigato la città di Napoli. Anzi Aversa Franco era l’amministratore del C.d.A., socio, ma anche prestanome di Antonio Gava e di Paolo Cirino Pomicino, Caldoro, Ciampaglia, Russo, e, dunque, non solo prestanome lautamente retribuito, ma anche fiduciario collettore. Insomma tutti i partiti “partecipavano” all’affare del secolo, tutelati da Franco Aversa riguardo alla spartizione. A base del ricorso i venti effetti cambiari firmati dall’AU. Nicola Cioffi, lo scrivente. Naturalmente protestati, in quanto Giuseppe Moccia non aveva voluto rinnovarli alla scadenza.

Tommaso ed io, mi chiese di accompagnarlo, ci recammo un pomeriggio allo Studio Rolandi e Aversa e, quivi, Tommaso si presentò, infatti doveva essere lui a risolvere la faccenda, e chiese all’avvocato Aversa, vi era un altro avvocato presente, di ritirare il ricorso proponendo un nuovo regolamento cambiario, giratogli da Pasquale Angelino. Persona solvibile e nota nel campo imprenditoriale campano. Oggi i suoi figli e nipoti, proseguono l’attività ingrandendola di anno in anno.

Avvenne che rifiutò pretendendo la somma protestata, oltre gli interessi ed il suo congruo onorario, in contanti o assegni circolari.

Tommaso perse le staffe ed iniziò ad insultare, con pesanti epiteti, Aversa, Rolandi, lo zio. La segretaria, temendo il peggio, chiamò i carabinieri che intervennero ma nulla potettero fare per gli insulti ma ci consigliarono di uscire, però noi eravamo già oltre la porta d’ingresso cioè sul ballatoio. Nel frattempo lo zio Giuseppe, temendo lo scandalo, disse telefonicamente ad Aversa di dirci di andare ai suoi uffici per trovare una sistemazione. Ma Tommaso disse ad Aversa e a Rolandi (per inciso, per la Metropolitana chiamata Napoli Uno, si fecero mesi di carcere ma poi, ovviamente, assolti) che suo zio poteva inoltrare ricorso di fallimento nei suoi personali confronti (era una minaccia) e ce ne andammo. Il ricorso, comunque venne ritirato, le cambiali però non restituite e l’I.C.D.A. fallì mesi dopo.

Dopo anni, circa quindici, ho potuto dire a questi due personaggi del “sistema”, avendoli incontrati in un circolo sportivo, quali consoci, cosa ne pensassi di loro e delle loro attività professionali al sevizio del “male” e non del “bene”. Quel male che ha distrutto, letteralmente, Napoli. Infatti, in quegli anni, ci fu il sacco di Napoli donde il celebre film di Francesco Rosi “Le mani sulla città”.

Mimmo Zarrelli, “angelo custode” di Tommaso ma con me, con noi, ebbe sempre un comportamento più che corretto, come d’altra parte anche Masino ed anche quando mi “convocarono” alle ore dieci di un certo giorno davanti al notissimo bar Sgambati, piazza Garibaldi, aperto notte e giorno con sale biliardo sottostanti. Ma erano accompagnati da una persona che già conoscevo, presentatomi sempre da Masino, tale Pedana Gaetano, uomo di rispetto e fratello di Giuseppe, Capoclan dei Mazzoni, agro casertano, il quale aveva il controllo dell’agro nel senso che lucrava su tutte le coltivazioni. Giuseppe Pedata, famoso in Campania, con il soprannome “Peppe a braciola”.

Un uomo che girava con un mitra ed una pistola nel portabagagli della sua auto, e con due guardaspalle. Era rispettato anche dai Maisto, da Bardellino, da Alfieri, ed altri capi locali, alla fine anche da Cutolo, il professore.

La storia/leggenda vuole che, rifugiatosi in una casa di campagna, alla vista dei carabinieri che l’avevano accerchiata, invece di sparare si fosse buttato dal primo unico piano, e, rovinando a terra, si era rotto la testa su di una pietra!

Non c’è una persona al mondo che abbia creduto a tale rapporto!

Gaetano, ufficialmente, era lontano dal mondo del fratello, di lui nulla si sapeva se non il fatto che gestisse un piccolo deposito di acque imbottigliate.

Ebbene, tornando all’incontro, mi fu chiesto o di rientrare del debito, arrivato ad oltre quattrocento milioni, comprensivo anche degli interessi capitalizzati, oppure di cedere l’azienda, proposta che già in passato aveva avanzato.

Quale mia/nostra controproposta, ne avevo già e più volte discusso con papà Carmine, la cessione del cinquanta per cento delle azioni ma con l’impegno di Don Antonio Moccia di rifinanziare la società per la fabbricazione del bossolo, ma in plastica, e con un nuovo amministratore di fiducia dei Moccia, in quanto sarei ritornato “a studiare”.

Accettarono, Masino si intestò le azioni, tergiversò sul finanziamento, non indicò il suo amministratore di fiducia per tenermi “ostaggio”. Noi, vista la prossima sicura sentenza di fallimento, abbandonammo gli uffici di Napoli, licenziammo gli ultimi impiegati rimasti e gli operai ad esclusione dei tre guardiani della fabbrica e ci trasferimmo, come ufficio, in un bar, di grande capienza, alla stazione ferroviaria di piazza Garibaldi, contiguo ad un negozio di fiori e piante di proprietà di Antonio Bassolino, cugino dell’omonimo sindacalista CGIL. Il giovane Antonio Bassolino, partito PCI, poi Sindaco di Napoli e presidente della Regione Campania.

Fallita la società, alla fine del 1966, oltre la persecuzione “interessata” del primo curatore rag. Corrao, poi ritiratosi, e del secondo, tale Nissim, pure ragioniere, e pure questo molto “interessato”, ci fu anche la definitiva chiamata, non più rinviabile, nemmeno per motivi di studio, del servizio militare.

Ritorno al procedimento fallimentare che è stato, per oltre cinque anni “una guerra” perché “la pratica” si presentava, a loro curatori, appetitosa.

E loro avevano appetito eccome, ma dedicherò a ciò, nel prosieguo, un’analitica pur sempre sintetica specifica nota.

Fortunatamente avemmo due Giudici Delegati, Amirante e dopo Aponte, ambedue attentissimi e “terzi”, e da ultimo, Flammia che era disinteressato alla gestione della curatela. Anzi si fidava dei due Ragionieri curatori (che avevano cura, principalmente, del loro benessere fisico. Per così dire).

Richiamo il contesto all’epoca della chiamata “alle armi”.

1-La fabbrica non c’era più. Non avevamo, per colpa di papà Carmine, una lira. Letteramente. Per i primi mesi ci soccorse la restituzione, da parte di Roberto Caraglia, promotore del consorzio Co.Na.Cal-costruzioni case per civili abitazioni-della somma di lire dieci milioni, però rateizzata in 36 mesi, da me versata per l’acquisto, poi non completato, sempre per colpa di papà, di due case, al vomero alto.

2-Anche questa volta Nonna Pasqualina (materna) intervenne per quel che poteva, ma ci consenti di sopravvivere e far continuare gli studi a Carlo.

3-Infatti Carlo aveva appena conseguita la maturità classica e si era iscritto a Giurisprudenza. Il più penalizzato dalle vicende fallimentari.

4-Io avevo conosciuto, agli inizi del I966, Maria Raffaella Giannattasio, di Napoli, che era all’ultimo anno della facoltà di architettura. Non ricca e nemmeno benestante e, tanto dico, perché proprio ciò, io credo, che pur sembrando strano, ci consentì di sposarci, libera e cosciente decisione, poi, nel 1971.

5-La mia destinazione era Trapani, punta estrema del triangolo Sicilia.

Presi, alla stazione Garibaldi, il treno delle venti ed arrivai a Trapani il giorno dopo, intorno alle 18. Prima della partenza ritenni di farmi rapare la testa quasi a zero. Non c’era la moda del jeans e, dunque, partii con il vestito “intero” e cappotto e mi portai anche, era mia abitudine, un capiente borsone, contenente indumenti intimi di ricambio oltre un’altra camicia ed un pullover. Ritenendo di dover accedere entro la mezzanotte mi fermai in una rosticceria e poi andai a vedere un film per distogliere il pensiero fisso sulla grave situazione in cui ero precipitato o ero stato precipitato. Temevo il carcere.

È un fatto su cui, anche oggi, non ritengo soffermarmi. Inutile allora, inutile oggi, 2020. Anche se fa parte dell’albo dei miei “personali ricordi”.

Due giorni prima della partenza, avevo prenotato, comunque, due esami e cioè diritto penale e diritto costituzionale. Prima di partire, per salvare la patria, avevo sostenuto sociologia criminale e procedura penale.

Ripigliando le fila, dopo il film presi un taxi e mi feci portare alla caserma del reggimento cui ero stato destinato. Scesi dal taxi, pagai e, borsone in mano, mi presentai all’ingresso esibendo il foglio di chiamata. Venne il sottufficiale di guardia che mi fece una solenne ramanzina per l’ora tarda. Infatti sapevano perfettamente l’ora dell’arrivo del treno e che io dovessi essere a bordo.

Benvero, all’epoca, un solo treno al giorno arrivava a Trapani, proveniente da Milano con, mi pare, quattordici fermate lungo tutto lo stivale. Tra queste Napoli.

L’indomani mattina mi fecero un iniezione anti tutto, poi il barbiere continuò a raparmi ritenendo non d’ordinanza il taglio del barbiere di Napoli. Poi passai a prendere l’abbigliamento militare, poi alla mensa, poi a tagliare l’erba, con altre tre reclute, di un grande cortile interno (come punizione per il ritardo).

Il quarto giorno mi arrivò la copia autenticata della mia richiesta, con le date, a circa dieci giorni, degli esami prenotati. Sia Raffaella sia Carlo me ne spedirono una copia. Come da mia richiesta per sicurezza in caso di smarrimento di una lettera o di ritardo.

Presentai subito la prima ed in tempo utile ebbi l’autorizzazione per venire a Napoli a sostenere gli esami di diritto penale e di diritto costituzionale. Partii, ed arrivato a Napoli, in preda ad una fortissima colica epatica, ne andavo soggetto, fui ricoverato prima all’ospedale Pellegrini e, poi, per competenza all’ospedale militare di Napoli, con un’autoambulanza, guidata dal mio amico di quartiere, caso fortuito, Filangi Vitaliano, dipendente da una società specializzata in trasporti infermi.

È evidente che tutto ciò era stato organizzato da papà Carmine, sotto la direzione di Antonio de Cesare. Sapete di chi parlo.

Il fallimento. Ma in cosa realmente consistesse in quegli anni ed in cosa consista, realmente, nel duemilaventi, va spiegato anche con una sintesi di una sintesi.

Teniamo ben a mente che in famiglia ci sono stati due fallimenti, quello del 1954 riguardante Papà Carmine e quello del gennaio 1967 riguardante la società I.C.D.A. e me della quale ero amministratore (che non fallisce in proprio).

Un’altra cosa va detta, quale premessa, e cioè il protesto di una cambiale o, addirittura di un assegno, era, un fatto di cui “vergognarsi”, figurarsi per il fallimento e qualcuno, correva l’anno 1961, si suicidava pure.per il discredito sociale. Ne ricordo uno, per la notorietà che godeva, tale Taglialatela, grossista di tessuti in piazza Nicola Amore, che si impiccò, platealmente, e in vista del dissesto (oggi si contano centinaia di suicidi all’anno per dissesti economici imprenditoriali, voluti dal sistema bancario e masso mafioso, ma anche di operai, impiegati, che è quanto dire, per la perdita del posto di lavoro).

La sentenza di fallimento e relativo procedimento ante e post declaratoria, in pochissime righe.

Vi ho già intrattenuto sul ricorso del creditore ed il giochino infame delle desistenze ed il grande gioco, da decenni, dei “grandi commis e grandi manager” di Stato e Parastato nonché di banchieri privati, autentici avventurieri d’assalto alle imprese, solo quelle redditizie, altrui.

La sentenza di fallimento, immediatamente esecutiva, nominava il Giudice Delegato a seguire “il caso” ed il Curatore che è il professionista che amministrava i beni della società o dell’imprenditore ditta individuale. Il curatore, avuta la nomina, e la presenza di un cancelliere (lavoro straordinario), nei due/tre giorni successivi, si recava nella sede ed uffici del “fallito”, così sarebbe stato poi, appellato, nel prosieguo della procedura fallimentare civile e penale. Dopo aver redatto il verbale inventario dei beni rinvenuti, il Cancelliere, apponeva i sigilli alle porte d’ingresso ed alle porte di armadi e di quant’altro ritenuto sigillare e, naturalmente, consegnava al curatore tutte le chiavi, ivi anche della cassetta, ove avuta, in Banca, delle automobili, delle moto eccetera, che costituivano i c.d. Beni mobili, ivi i conti correnti, libretti di deposito, titoli ed obbligazioni dello Stato. Anche gli orologi di oro e di marca in uno a monili di valore, sempre se rinvenuti.

Veniva inventariato tutto e veniva dato un valore se si trattava di cose di normale uso.

Ove vi fossero beni immobili, stessa procedura. In ogni caso il Curatore doveva trascrivere, cioè annotare la sentenza presso le conservatorie dei registri immobiliari in qualunque parte d’Italia fossero. E così anche per gli immobili siti all’estero. Così anche per i beni mobili e le aziende possedute all’estero.

Indi, con l’ausilio di un tecnico esperto, si redigeva la Relazione tecnica ed in base a questa, poi, con il parere del comitato dei creditori ed, ovviamente, con provvedimenti del Giudice Delegato, venivano indette gare, aperte a tutti, per vendere tutti i beni.

Quelli di poco conto o non di interesse di sciacalli faccendieri, si vendevano a trattativa privata, ma anche qui, regnava il faccendiere sciacallo, ma di piccolo cabotaggio.

Va da sé che i faccendieri di grande cabotaggio, mimetizzati in societa’ a responsabilità limitata, si erano impadroniti di quel mercato, con il consenso tacito, si mormorava interessato, di alcuni, ripeto, alcuni, corrotti giudici delegati.

Redditizie aziende, con centinaia di dipendenti, finivano così nelle mani della malavita organizzata.

Ciò su tutto il territorio nazionale.

Naturalmente la vendita aveva luogo dopo che il curatore aveva formato il Comitato dei creditori che rispecchiavano anche la graduatoria dei creditori privilegiati e dei creditori ordinari (chirografari), organo importante sulla carta, invitando i creditori, quelli indicati dalla relazione del fallito (infatti a tanto era tenuto a depositare nella cancelleria fallimentare in uno con i libri/scritture obbligatorie, entro pochi giorni dalla data della sentenza. In mancanza reato) e quelli previdenziali che avevano depositate le istanze di accoglimento dei loro crediti e quelli delle banche interventrici, aventi titoli privilegiati.

Indi, completato ed approvato Lo Stato passivo, formato dagli indicati creditori, recuperati i crediti, non in contestazione, del “fallito”, il Giudice disponeva che il curatore provvedesse a parziali pagamenti, in primis ai creditori in prededuzione.

Per le azioni legali da attivare dalla curatela per recuperare i crediti del fallimento, massa attiva, Il Giudice Delegato nominava gli avvocati.

Occorrendo, nominava i consulenti del curatore, custodi, ingegneri, geometri, consulenti del lavoro, ragionieri e dottori commercialisti nei contenziosi sia attivi e sia passivi.

Questo incredibile e costosissimo apparato era necessario, si è sempre sostenuto, per realizzare la finalità della procedura fallimentare, detta liquidatoria perché bisognava vendere o svendere, se necessario, per la chiusura del fallimento.

La formula.

A-fallimento chiuso per integrale pagamento ai creditori, al fisco, delle spese di Giustizia e del curatore e degli ausiliari. Effetti: Rientro in bonis dei beni da parte del fallito. Quelli residuali, non venduti.

B-fallimento chiuso per intervenuto concordato fallimentare tra il fallito e tutti i creditori compresi ausiliari e curatela. Effetti: rientro in bonis come sub A.

C-fallimento chiuso per parziale pagamento ai creditori, come in graduatoria, a seguito delle somme realizzate dalla curatela, non essendovi altro attivo. Effetti: rientro in bonis, solo quale dicitura, ma senza beni. Tanto dopo che le cause pendenti, attive o passive, fossero state definite. Come sub C.

Conclusione, una torta e tanti commensali.

Oggi non c’è più la torta liquidatoria, anzi c’è ancora, ma debitamente mascherata. Quasi sempre un’azienda tecnicamente valida e produttiva può avvalersi di particolari procedure ad hoc con le quali salva l’azienda e migliaia di posti di lavoro, scardinandola dalla posizione debitoria.Ovviamente non diventa un premio per l’imprenditore disonesto e bancarottiere che verrà tratto a giudizio per bancarotta fraudolenta, ove ne ricorrano i presupposti.

I romani di duemilacinquecento anni orsono, avevano la nostra legislazione fallimentare uguale a quella che oggi 2020 noi abbiamo e non quella di mercato affaristico di ieri, quella che ho descritto in queste poche righe ma da Avvocato, ex non fallito. Doppia esperienza. Doppia competenza

Dell’I.C.D.A. il primo curatore Rag. Corrao, il secondo Curatore Rag. Nissim, il “coadiutore”, faccendiere di entrambi, Montella. E faccio questa precisazione in quanto il Sig.Montella, ex fallito, mai saputo se avesse un titolo di studio, aveva, però, un’ottima cultura generale ed inoltre, con noi era affabile, educato, disponibile e sempre al suo posto. In sostanza era colui che risolveva ogni intoppo di natura pratica e forse anche giuridica a Corrao e, questi deceduto per un infarto, poi al Rag. Nissim.

Ambedue, anzi “ambitre”, il terzo, de facto, era Montella, si comportavano allo stesso modo. La curatela, oltre ad essere un incarico prestigioso e qualificante, specie di fallimenti “importanti” per gli importi ragguardevoli del passivo e dell’attivo, come nel caso I.C.D.A., l’incarico era occasione, per quasi tutti i curatori, e non solo fallimentari, di lucro tangentizio.

Ed in questo “affarismo” sotteso, ma non tanto, che Montella agiva, ed alla grande, e quasi apertamente, quasi scusandosi per l’arroganza dei due ragionieri.

Precisò, più volte, che si “sedeva a tavola” con loro, per poi rettificare maliziosamente, che fossero loro a sedersi alla tavola da lui imbandita!

Intervenuta e pubblicata la sentenza di fallimento, fu proprio Montella a contattarci, a Scafati, quale collaboratore di Corrao, per stabilire le modalità dell’inizio delle operazioni preliminari e cioè l’inizio del verbale d’inventario, che durò circa un mese, il cancelliere era del tribunale di Napoli era estensore e “certificatore”, dell’apposizione dei sigilli, con la ceralacca a porte d’ingresso, armadi, cassettiere, ed altro, stilò, inoltre, il verbale delle nostre dichiarazioni, delle nostre relazioni, dell’acquisizione dei libri sociali e contabili ed altro.

In pratica, l’interlocutore per tutti gli anni seguenti fu, appunto, Montella.

Avvenne, però, che come ho già scritto, che quasi in contemporanea, fui chiamato per il servizio militare, il cui inizio l’ho già descritto. E tanto comunicai anche al Rag Corrao e verbalmente l’anticipai a Montella.

Ne conseguì quasi una commedia “scarpettiana”.

Il ragioniere Curatore per mettersi “a posto” scriveva al Commissariato di P.S. stazione di Poggioreale, non ritenendo sufficientemente documentata la mia partenza per Trapani (la Patria aveva bisogno di me).

Quanto sto narrando l’ho appreso dopo tre anni consultando il fascicolo fallimentare. A sua volta il commissariato notificava a me, la convocazione presso lo studio Corrao, presso il Comando militare di Trapani.

Il comando rispondeva che ero in licenza a Napoli per sostenere gli esami universitari.

In realtà ero stato ricoverato all’ospedale militare di Napoli.

A questo punto nuova missiva al Commissariato P.S. Poggioreale che ritrasmetteva all’ospedale militare che a sua volta rispondeva che ero ritornato a Trapani.

L’ineffabile Corrao, che mi voleva chiedere delucidazioni su alcuni creditori, me lo disse telefonicamente papà Carmine che l’aveva appreso da Montella, ritrasmetteva la missiva alla caserma di Trapani e, questa gli diceva che fatto il CAR, centro addestramento reclute, (mai imbracciato un fucile ed alcuno addestramento avuto) ero stato destinato alla caserma, di cui non ricordo il nome, dell’Aquila.

Ci stetti un mese e raccontai al Capitano Laquaglia, nome vero come gli altri, la mia vicenda. Infatti quest’ultimo mi aveva inserito in un plotone di ricevimento di un ministro o sottosegretario ed io gli feci presente che non avevo mai fatto alcuna esercitazione. Mi tolse subito dal plotone e dopo dieci giorni mi concesse una licenza di otto giorni più due per i viaggi andata e ritorno sempre per sostenere altri due esami all’università di Napoli, come da certificazione, da me chiesta ed avuta a Napoli. Ricordo ancora il suo gran piacere nel concedermela. Si era immedesimato nella mia vicenda ed ancora oggi gli sono grato.

Sostenni i due previsti esami, voti bassi, ma l’importante, per me, era laurearmi e diventare avvocato per incontrare, sul palcoscenico della cosiddetta Giustizia, in particolare quella di Napoli e dintorni, non tanto i magistrati ma, essenzialmente quegli avvocati che ci avevano massacrati con il giochino delle desistenze. Ma anche per poter guadagnare un po’ di denaro per me e per la mia famiglia.

Sostenuti i due esami, venni ricoverato, per le dannate coliche, vere, causate dallo stress, direttamente presso l’ospedale l’ospedale militare, sempre quello di Napoli.

Vi rimasi un mese, reparto medicina, durante il quale diventai, “compagno di sventura” come sornionamente diceva un infermiere, di molti ricoverati soldati semplici, graduati ed ufficiali.

La cura: trentadue giorni a mangiare in bianco e spesso “flebo” di medicinali “spazzini” dell’intestino e connessi. Mai saputo. Sta di fatto che le coliche si diradarono.

Caputo Pasquale, un soldato semplice, di secondigliano, era lì perché dovevano asportargli un rene. Il destro.

L’equipe medica gli tolse invece il rene sano di sinistra, per, a loro dire, un maledetto scambio delle “lastre” radiologiche.

Tutti della camerate ne restammo colpiti e dispiaciuti, tant’è che, ancora oggi, lo ricordo.

La mattina si svegliava e cantava, ma a squarciagola, stonatissimo, canzoni, ovviamente, napoletane e le più tragiche di amori non corrisposti. Applausi scroscianti da tutta la camerata!

Nel frattempo il Rag Felice Corrao ebbe l’infarto ed il Tribunale, in sua sostituzione, nominò tale ragioniere Nissim Alessandro, peraltro, già dello Studio Corrao/Montella. Tutti del Vomero.

Nulla cambiò, alludo alla atipica deontologia prima descritta. In un’udienza tenuta dal dr. Aponte, il Rag. Nissim, con tono imperioso, disse al giudice di disporre subito la vendita degli immobili e delle attrezzature e delle scorte e dei prodotti finiti, insomma anche dei “rifiuti” ed in primis degli immobili, e aggiunse, ciliegina sulla torta che quando andava a Scafati ci andava armato! Lo invitai, con sdegno a chiarire e mettere per iscritto la sua grave affermazione, chiaramente rivolta a noi. Il giudice D’Aponte, guardandolo, gli disse, ed aspramente, che dagli atti non emergeva alcun dato in questa direzione e che se voleva poteva rinunziare all’incarico. Il picciol uomo disse subito che non alludeva ai Cioffi ma al contesto ed aggiunse …comunque mi scuso!

Montella, presente, sorrideva ma mi aveva appena detto che aveva trovato un imprenditore edile, ingegnere in realtà geometra, di Torre Annunziata, interessato all’acquisto degli immobili anche se il terreno era del Comune e dato in enfiteusi. Di qui la “sparata” del rapace curatore.

Ho poi saputo che aveva fatto un accordo con il Comune, nel senso che questo glielo avrebbe venduto, a prezzo irrisorio, il che avrebbe reso l’acquisto legalmente sicuro.

L’enfiteusi scomparve.

Regista di questa operazione, il Montella.

Ritorno al servizio militare.

Sempre con l’aiuto, questa volta, disinteressato, di Antonio de Cesare, che era buon conoscente del Col. Medico De Lillo, venni dimesso dal reparto ammalati e fui destinato alla Commissione Medica Ospedaliera, composta e presieduta proprio dal Colonnello De Lillo e dal Maggiore Lanna ed altri ufficiali medici.

La Commissione era collocata, per la parte amministrativa al piano terra, sempre dell’ospedale, varie stanze, destinate all’archivio pratiche evase e quelle da evadere. Naturalmente scrivanie, macchine da scrivere, una telescrivente. Insomma un ufficio attrezzatissimo. In altre stanze, all’interno, gli uffici personali dei componenti della commissione. Orario di lavoro 8/14.

Noi reclute, mi pare otto, ma c’erano anche impiegati civili, mi pare dieci/dodici, potevamo rientrare alle nostre case, con l’obbligo di essere negli uffici, al più tardi alle 8 e 20 in mancanza, senza cause e motivi giustificatissimi, rientro al reggimento per me all’Aquila.

Il mio compito all’ufficio archivio era, anche, quello di “sistemare” la cronologia temporale delle “pratiche arrivate e non ancora evase”.

Infatti vi erano centinaia di faldoni gettati alla rinfusa in scaffali aperti. I faldoni avevano una suddivisione in lettere. A, B, C, D eccetera, il che comportava l’apertura di diversi faldoni prima di rintracciare la pratica. Insomma quella era, l’ho sempre pensato, una confusione, come in moltissime amministrazioni dello Stato e Parastato, “deliberata” per evadere le pratiche urgenti o privilegiate, indipendentemente dalla data di arrivo della richiesta dell’indispensabile parere della commissione necessario, ex lege, per approvare o rigettare, da parte di autorità civili o militari, il riconoscimento di malattie, pretese derivanti dal servizio espletato da qualche “servitore” dello Stato.

In Italia avevamo ed abbiamo ancora, circa quattro milioni, in difetto, di personaggi e personaggetti, nella pubblica amministrazione e parapubblica. Cioè circa ventimilioni di voti.

Un carrozzone. La diligenza d’oro. L’eden.

In questo periodo, durato circa venti mesi, ho seguito l’iter fallimentare, ho studiato, nel tempo libero dagli impegni giudiziari e militari, e dai piccoli impegni, quale autista per la sopravvivenza spicciola ed altro di cui vi parlerò, ho studiato, dicevo, rintanandomi nella biblioteca universitaria, in quella nazionale, e rionale, insomma ovunque potessi studiare.

A casa non era possibile per vari motivi tecnici, mancanza di energia elettrica, e, poi, vivevamo, io, Carlo e mamma Elena, con nonna Pasqualina, ove, però, venivano, anche se di rado, gli altri suoi figli e nipoti.

Papà Carmine dormiva nella contigua casa nostra, ancorchè senza corrente elettrica ed usciva quotidianamente ma senza dire cosa facesse. Stava costruendo, avendo trovato un socio, tale Buono Giuseppe, sessantaciquenne e nulla facente, che aveva, però, una piccola disponibilità finanziaria per l’aiuto che aveva dai fratelli ricchissimi commercianti, un nuovo macchinario. Sempre per la produzione di bossoli, ma di plastica. Una malattia. Con l’aiuto di tale Secone, il solito faccendiere del settore, di cui vi parlerò più avanti.

Non ritornai più al reggimento, al quale, tutto sommato, non fece alcun dispiacere. Fui regolarmente congedato con regolare attestato, modello usuale, che non ho più rinvenuto.

Come prima cosa, tramite una memoria scritta dell’Avv.Andrea Della Pietra, mi misi a disposizione del Giudice Fallimentare, del Curatore (Corrao e poi Nissim), del PM Dr Giuseppe Guida, del Giudice Istruttore dr Calabrese Pasquale (all’epoca vigeva, in penale, l’anticostituzionale ed antidemocratico sistema inquisitorio –PM e Giudice Istruttore- con il quale si massacrava il cittadino).

Nel frattempo il Ragioniere Umberto delle Cese aveva depositato, a mio nome e conto, quale a.u. della soc.I.C.D.A. al PM dr Guida ed al Giudice Istruttore dr Calabrese, al Giudice Delegato al fallimento, dr Aponte, al Curatore, la sua relazione, giurata, una vera e propria perizia, con la quale veniva ricostruita la vita giuridica e contabile e finanziaria dell’I.C.D.A. e dei Cioffi, passati al setaccio.

Ancora oggi devo la mia vita, anche professionale, al dr. Giuseppe Guida e poi al rag. Umberto Delle Cese ed ai suoi figli.

Accadde, faccio un passo indietro come di rito, che il PM incaricato per la nostra “bancarotta” tale l’imputazione, fu il dr Giuseppe Guida, il quale volle interrogare, sia me sia papà Carmine, personalmente, ovviamente, separatamente.

Dopo averci sentiti, sempre separatamente e senza legale, per circa due mesi, ogni settimana, una mattina si informò sullo svolgimento del servizio militare e su i miei esami all’università.

Gli raccontai tutto, senza nulla omettere, sia sull’università sia sul mio servizio militare che, per come svolto, mi aveva data la possibilità di studiare e guadagnare un pò di soldi con i quali poi sopravvivemmo tutti.

Ricordo ogni sua parola dopo avermi ascoltato: Cioffi, so tutto di te, di tuo padre, insomma della tua famiglia e voglio aiutarti. Vai domani dal Ragioniere Umberto Delle Cese, con studio alla via De Gasperi 38, qui a Napoli, ànnunciati però telefonicamente e questo è il numero. “Ti farà” una perizia giurata sulla società, sulla situazione contabile e finanziaria e non dovrai pagare compensi, perchè vi vuole aiutare, vista la vostra situazione economica.

Portai, in tre riprese, i faldoni allo studio Delle Cese che mi convocava, all’inizio, anche due volte a settimana di pomeriggio tardi, intorno alle 19, cioè alla chiusura. Relazionavo sia a lui sia ai suoi due figli che con lui collaboravano.

Fui trattato sempre con cordiale amicizia negli otto mesi circa di lavoro. Quando finirono mi strinsero la mano e mi augurarono migliore fortuna. Ancora oggi è vivo in me il loro ricordo.

Dopo anni si è avuta la sentenza, sempre difesi dall’avvocato Andrea Della Pietra e, gratuitamente, con la quale fummo assolti.

A queste persone, che nemmeno ci conoscevano, devo la mia vita. Ma la devo, in primis, ad un magistrato inquirente che non ha mai voluto essere un inquisitore come gli concedevano assurde ed anticostituzionali leggi, ma, come poi ho saputo, ha sempre inteso il suo lavoro come servizio/dovere “umano” necessario alla società, mai infierendo e mai abusando del suo potere.

In tribunale, incrociandolo, fuori dalle aule, mi salutava, qualche volta per primo, sorridendo come non ci fossimo mai conosciuti. Grande sensibilità e nobiltà d’animo.

Auguro a tutti di incrociare nella vita persone come Giuseppe Guida, magistrato, primo nella scala sciasciana sulle categorie delle persone.

Prima, parlando del PM Guida ho scritto “incrociandolo in Tribunale” infatti nei ritagli di tempo sono riuscito, studiando notte e giorno e mai per il trenta, a sostenere l’esame di laurea il 23/12/1968. Con l’attestazione dell’università Federico secondo di Napoli predisposi, senza perdere un minuto, la documentazione necessaria per l’iscrizione all’albo del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, registro Praticanti Procuratori Legali.

La regola disponeva che il “praticante” facesse un periodo appunto di “praticantato” di due anni consecutivi, con autorizzazione a svolgere attività legale per contenziosi di livello circoscritto sia territorialmente sia per materia sia per importi minimi, oltre la pratica presso un Avvocato, indi, superato l’esame per l’iscrizione all’albo dei Procuratori Legali, si poteva essere iscritto nel detto albo. Dopo sei anni consecutivi di esecizio dell’attività legale, provando di aver fatto anche cause in Corte di Appello, si accedeva all’albo degli Avvocati e dopo sei anni si poteva essere iscritti, automaticamente, all’albo per la Cassazione, che io ho ritenuto il peggior posto nella scala dell’amministrazione della giustizia.

Il mio tesserino dell’Ordine degli Avvocati di Napoli reca il n.702 del 1972, ed il mio unico figlio Andrea è nato nel 1972, anno di grazia, dunque, per me.

E, quindi, abbandonati gli uffici nel grattacielo, ci ritrovammo, per così dire, a spasso, io e papà Carmine. Sopravvivemmo, per le esigenze spicciole quotidiane con quel poco di denaro che arrivava da due acquirenti faccendieri, tali Secone e Comparini residenti a Napoli, che incettavano, a prezzi stracciati, la residuale produzione che si riusciva a fare con pochissimi operai, fedelissimi e che ci hanno rimesso i salari.

Un passo indietro, frequentavo, nei primi anni sessanta, Antonio Limone ed inoltre un suo amico Giovanni Alvino, ambedue giovani dotati di inventiva ed audaci fabbricanti e commercianti di scarpe; Francesco Soria, commerciante di stoffe particolari e qualche amico di liceo come Mario Cappa, poi avvocato e Franco Vela, poi importante commerciante di silicio, Alfredo Mendia, poi avvocato ed accademico, ed altri piccoli e grandi imprenditori, anzi grandi avventurieri ad esempio Ceraldo che, ai margini della legalità, si arricchì enormemente per poi scapparsene all’estero per non subire il rigore della Giustizia penale.

Insomma frequentavo, prima del fallimento, amicizie miste, trasversali e superficiali, e serali, cioè da bar “rinomati” come il Rosso ed il Nero, il Serpentone, il Trocadero ed altri su via Caracciolo, ma anche “circoli intellettuali” di studenti o appena laureati e giovani professionisti che, però, non frequentavano i bar serali, specialmente quelli del lungomare che erano una grande vetrina.

Benvero, intervenuto il fallimento, con Toni Limone e Gianni Alvino, anche loro in gravissima crisi economica, costituimmo una società di fatto per la produzione e vendita di sandali da donna. Senza capitali e rivolgendoci a piccoli artigiani che lavoravano su commissione e che ci facevano credito. Tutti e tre, a bordo dell’unica auto disponibile che era di Gianni, una Jaguar berlina 2000, ci presentavamo agli artigiani, buoni conoscenti di Toni o di Gianni, ordinavamo il modello ideato dai miei amici e ritiravamo il prodotto, con il patto che avremmo pagato il saldo, ottanta per cento, avendo versato l’acconto del venti, appena venduta la merce.

Ricordo le “corse” da usurai per pagare gli acconti e per pagare il saldo.

Il punto era che, spesso, non avevamo neppure il denaro per pagare la benzina per cui, a turno, lasciavamo al benzinaio la Carta di identità quale pegno del nostro ritorno a pagare. Alcuna questione sorgeva, vista la lussuosa auto quale segno di un benessere economico che, viceversa, non c’era. Chiudemmo dopo sei/sette mesi e senza lasciare debiti.

Dopo questo tentativo io, Franco Soria e suo cugino Ernesto Mormone, e tale Guido Pietrocola, tentammo poi, l’avventura di importare dal Pakistan palloni di cuoio e relativa camera d’aria, come si usava, per il calcio.

Altro fallimento.

Dopo di che abbandonai ogni ulteriore velleità imprenditoriale, almeno in quei tragici termini.

Negli anni successivi Toni e Gianni, hanno conseguito un buon successo nel campo delle calzature tradizionali classiche, Toni a Napoli e Gianni a Montecatini e forse anch’io, ma nel campo professionale dell’avvocatura.

A gennaio 1966, presentatami da un amico, Giulio Sica, architetto, incontrato per caso nei pressi della facoltà di architettura, conobbi Raffaella Giannattasio, prossima a laurearsi in Architettura, all’epoca oltre sessanta esami.

Dopo un lungo corteggiamento, di dodici giorni, mi fidanzai con la stessa e lei con me!

Di famiglia operaia, come la mia, avevamo molte affinità elettive e con un vissuto alle spalle. Ci siamo sposati il 26/07/1971, non avendo alcuna sicurezza economica, forti della nostra determinazione. Lei, dopo un anno di praticantato presso un qualificato Architetto, andò a Cerreto Sannita ad insegnare tecnologia delle costruzioni, presso il locale istituto per Geometri, con uno stipendio mensile di 118 mila lire con il quale contribuiva, anche e principalmente, al sostentamento della madre e del fratello più piccolo, essendo deceduto il papà a seguito di un tumore ai polmoni a 57 anni. Era il factotum, persona di fiducia, degli ingegneri De Lieto, una ricchissima famiglia di imprenditori napoletani. Persone democratiche e veramente dabbene e che stimavano molto il padre Salvatore e che furono molto presenti e vicini alla famiglia.

Anch’io ne fui molto addolorato. Era una persona a modo, come suol dirsi.

Fittammo, in vista del matrimonio, un bell’appartamento in Piazza del Gesù, nel “palazzo Morisani” di proprietà del Professore, Architetto, Morisani Ottavio.

Canone mensile 50 mila lire (circa metà dello stipendio di Raffaella).

In piazza del Gesù nuovo c’era e c’è il Liceo Antonio Genovesi, ove mi sono diplomato, ed anche Raffaella lì aveva fatto il liceo, come seppi quando la conobbi e lì, pure nostro figlio Andrea, si è diplomato.

Come è evidente mi sono affacciato alla quarta decade, ma prima di continuare in questa, voglio raccontare le vicende ultime della decade terza, richiamando alla mia memoria alcune persone e personaggi che ho conosciuto e, quindi, bene o male, sono parte della mia vita.

Faccio un elenco, ma solo di alcuni vi dirò.

L’elenco, approssimativo, dei compagni della prima decade già l’ho fatto, adesso, approssimativo sempre, quello della seconda e terza decade.

Quello della seconda decade è più nutrito perché include le medie, intervallo del biennio ginnasiale fatto da privatista, ed il triennio liceale fatto al Genovesi.

Del Genovesi, Mario Cappa, Silvio Tortora, Alfredo Mendia, Mario Summonte, Aurelio Cagnazzi, Ermanno Manente ed altri.

Ma solo con Cappa, Mendia e Tortora ci fu frequentazione anche al di fuori del liceo e parlo dei balletti.

I famosi balletti!

In quegli anni c’erano solo Tabarin, nightclub, sale da ballo, ma per gli adulti.

I giovani, viceversa, si riunivano a casa di colui o di colei che, a turno, organizzava la serata. Il più delle volte era una ragazza i cui genitori, per motivi di “sicurezza”, preferivano organizzare a casa propria per tenere sotto controllo.

Ebbene sì, non c’era ancora la rivoluzione del 1968, ma se ne parlava, le gonne delle donne, in genere, dovevano arrivare ad un paio di centimetri sotto le ginocchia, ma c’era chi evadeva.

La musica era fornita da giradischi, semi automatici e manovrati dal giovane “mast e fest” di turno, benvero, tra noi giovani, c’era sempre l’organizzatore della serata e dei giochi di società che seguivano o precedevano “il ballo” durante il quale, lo dico subito, si tentava di stringere, un po’ di più, il/la partner.

Quante illusioni e delusioni, nello spazio di tre ore, si leggevano poi, alla fine, su i volti dei partecipanti. E non vi racconto i frizzanti commenti.

Le sedie, erano poste lungo due pareti frontali una fila per le ragazze e l’altra, di fronte, per i ragazzi (non parlo delle case di ricchi o di nobili) e, sedute, in un angolo, la mamma e/o la zia della padroncina di casa a vigilare, anche sulle vettovaglie, e fare inciuci, lanciando penetranti sguardi circolari su tutti.

Dopo un primo reciproco, apparentemente noncurante, esame, ci si avvicinava, ci si scambiava i saluti, si cominciava a parlare nel mentre l’organizzatore predisponeva “l’avvio” della serata che consisteva nel mettere all’improvviso un disco frizzante ad alto volume. Segnale che significava reciproci educati “assalti”.

Poi arrivavano i giochi di società, stupidi ed innocenti (ricordo a voi la onnipresente zia) non sempre graditi, specialmente quando si era in “trattativa”.

All’epoca c’era il telefono fisso e non tutti l’avevano. Non c’erano i cellulari, non c’erano i computer, non c’erano le calcolatrici, non c’erano le videocamere, non c’erano gli aerei supersonici, non c’erano i social, non c’era la minigonna, non c’erano le auto estreme, le moto estreme, i tatuaggi estremi, i viaggi estremi, gli sport estremi, la letteratura estrema, i film a colori estremi, i teatri estremi, le sale cinematografiche d’essai, e, quando dico estremo intendo che oggi conta l’apparire e non l’essere.

Cioè conta il nulla. Il niente. Il cellulare, Facebook, Instagram, il video, il selfie.

Come ho già scritto, le relazioni sociali, le sentimentali, le conoscenze superficiali e non, derivanti dalla stessa scuola o classe o di lavoro o di affari o professionali costituiscono una specie di impianto di più vasi comunicanti in entrata ed in uscita, di mentalità, di comportamenti, di stili di vita, di esempi negativi e/o positivi ed il tutto forma la grande, a volte piccola, scuola dell’esperienza.

Ognuno, nel corso della sua vita, la rivendica a supporto delle sue decisioni.

Consciamente o inconsciamente.

Infatti le persone e personaggi conosciuti nella decade I.C.D.A.,1960/70, nel bene e nel male che rappresentavano, secondo generalizzati e semplicistici e spesso farisaici criteri, la società civile, culturale e imprenditoriale, hanno contribuito, in parte, a “formarmi”.

Adesso ne faccio un brevissimo elenco, alla rinfusa, per poi soffermarmi, su taluni, anche per motivi apparentemente banali, ma non per me.

Innanzitutto Tommaso Moccia, Raffaele Bianco, i fratelli Ciucco, Salvatore La Marca, Salvatore D’Anna, Alfredo Assomma, Roberto Caraglia, Gaetano Vaccaro, Alfredo Campisi, Gennaro Calce, Tullio Cerciello, Giocondo Mauriello, Antonio Limone, Salvatore Limone, Vittorio Limone, Raffaele Soria, Francesco Soria, Lucio Portaro, Raffaele Giglio, Aldo Gigante. Pasquale Giorgio, Alfredo di Lauro, Giuseppe Mucci, Pietro Pistolese, Antonio de Cesare, Roberto Manganiello, Vittorio Caporale, Alfredo Perna, Oscar Secone, Gregorio Comparini, Adornato Verin, Vincenzo Coraggioso, Giovanni Cioffi.

Salvatore La Marca, di Ottaviano, paesi vesuviani, era un imprenditore edile, non di famiglia, improvvisatosi tale per poi diventare anche un politico. Geometra, diceva di essere, ma non lo era.

Faceva parte del giro di conoscenti di papà Carmine a seguito di presentazione di Alfredo di Lauro. Aveva gli uffici a via guantai nuovi. Di fronte al grattacielo.

Era Presidente del consorzio Cooperative Ottavianesi. Costruzioni edili. Ma era anche consigliere, poi anche assessore, con molte deleghe, della Provincia di Napoli.

Girava sempre con uno o due autisti, ma erano i suoi guardia spalle.

Il consorzio era lo strumento giuridico per partecipare e, quasi sempre, vincere, congrui appalti non della Provincia ma del Comune di Napoli. Altrimenti ci sarebbe stato conflitto d’interesse.

Il sistema, ancor oggi imperante in tutte le istituzioni, è questo: io ti segnalo Tizio per quella gara del Comune e deve aggiudicarsela. Sotto il vincolo della reciprocità. Tu, poi, mi segnali Caio ed io ricambio facendogli aggiudicare la gara della Provincia.

Così si conferiscono incarichi, tutt’ora, in altre mangiatoie a “confratelli” mai direttamente ma per interposto dirigente, o magistrato, o cattedratico, o primario medico, eccetera.

Una mattina, Don Salvatore, inviò, nei nostri uffici, tale Alfredo Assomma, con una busta in mano che conteneva un assegno di contro corrente a sua firma ed all’ordine di Salvatore La Marca e da questo già girato e scadente a tre mesi, con una sua lettera di accompagnamento con la quale ci chiedeva di monetizzare l’importo, notevole, di otto milioni di lire e di prenderci l’interesse. Gli cambiammo l’assegno dandogli un assegno a vista ma di pari importo, non essendo noi usurai. E poi il favore lo facevamo a Don Salvatore.

Sta di fatto che l’assegno si protestò, il geometra Alfredo Assomma si rese irraggiungibile e per essere ristorati da don Salvatore, perdemmo due anni di tempo e solo con l’intervento di Alfredo di Lauro e con l’intervento, decisivo, di Antonio de Cesare riuscimmo ad avere, in via transattiva, quattro milioni di lire. Infatti Don Salvatore temeva la stampa.

Quando incontravo Don Salvatore, sornionamente, mi offriva il caffè che non potevo rifiutare. Sarebbe stata una scortesia.l’ho incontrato poi negli anni ottanta all’apice della carriera politica. Presidente di ricchi Enti e di società Partecipate da lui e dai suoi ma sotto altre “marche” politiche, diverse di giorno ma uguali di notte. Come sempre è stato e come sempre sarà.

Salvatore D’Anna. Borgo Sant’Antonio Abate, contiguo all’ex Palazzo Pretura Napoli.

A metà della strada che parte da Piazza Leone Giovanni ed arriva a Piazza Carlo Terzo vi era, anni 1960/.64, un’importante ed accorsata salumeria, di fatto un piccolo supermercato di oggi, di proprietà del predetto D’Anna, ma gestito dalla moglie, coadiuvata da due figli.

Don Salvatore vi si tratteneva, in un piccolissimo retrobottega-ufficietto, di mattina fino alle 11 e, poi, dalle 18 fino alla chiusura delle ore 21.

In questo gestiva una fiorente attività di compra vendita di auto nuove ed usate-quasi nuove. Un suo grande terraneo, quasi contiguo alla salumeria, era adibito a deposito delle auto seminuove e qualche auto nuova, pronta ad essere ritirata.

Comprammo da lui le famose alfa Romeo Giulia, Giulia T, Giulia coupé, Lancia Beta Coupé, Fiat 103, 125, 2003 cc coupé, insomma era l’arcobalenica alba dei prodotti Fiat, Alfa, Lancia, 600-Abarth, De Tommaso, che il mondo intero bramava, quale status simbolo, post guerra persa!

Queste auto, mediamente costose, le vendeva ad una clientela “zoppicante” che sta a significare che non aveva grande facilità di accesso al Dio Credito. Viceversa Don Salvatore accettava, quale pagamento un piccolissimo importo in contanti all’atto della prenotazione, in realtà una cautela contro il ripensamento e non una vera e propria caparra.

In sede di consegna dell’auto e del passaggio di proprietà, a mezzo di un’agenzia di trasferimento proprietà di auto moto veicoli, gli venivano date cambiali dirette, o cambiali tratte, o assegni postdatati.

Insomma carte scritte non se ne facevano, un po’ per motivi fiscali e molto per mandare il messaggio che, in quel piccolo mercatino, bastava la parola data e consacrata nella stretta di mano. In ipotesi di mancato pagamento la faccenda sarebbe stata risolta per le vie brevi. Anzi brevissime.

Naturalmente avevamo anche un altro fornitore di auto tale Gaetano Caramiello, il quale con due fratelli, Vincenzo soprannominato Cenzone e Mario, compravendevano auto di grossa cilindrata, ma soltanto poco usate. Stesse modalità di D’Anna.

Allorquando iniziarono le prime crepe economiche e finanziarie ci rivolgemmo, ovviamente, soltanto a Gaetano Caramiello, fino al fallimento dell’I.C.D.A.

Di Gaetano, con il quale intercorrevano cordiali rapporti, stante anche la minima differenza di età, ho un ricordo tristissimo: nel bere una birra gelata, che tracannò in un sorso, ebbe una sincope e morì nonostante le pronte cure praticategli all’ospedale.

Roberto Caraglia, presidente di una cooperativa edilizia, residente ai Camaldoli, collinetta ai confini con Marano e conosciuto nella frequentazione di Tommaso Moccia, dal quale comprava cemento. Allorquando ci incrociavamo negli uffici del Moccia, io gli chiedevo informazioni circa la cooperativa e dove stesse costruendo e lui abbondava nelle spiegazioni precisando che aveva in costruzione due fabbricati di dieci piani e gli appartamenti erano di tre/quattro stanze, in via cupa Nazareth, nei pressi del celebre convento, appunto, dei Frati Camaldolesi. Mi diede anche una piccola brochure.

Il costo della costruzione del singolo vano era allora, al netto, di quattrocentomila lire.

La vendita, che non era una vendita, ma assegnazione della casa al socio, comportava un’erogazione, a carico del socio prenotatario, di circa cinque milioni, ad appartamento, finito ed agibile.

Versai i cinque milioni, ed alla fine avrei versato a Salvo altri cinque milioni di lire per l’altro appartamento. In tutto dieci milioni di lire.

Però il geometra Caraglia mi fece anche un’altra proposta e cioè di diventare suo socio al cinquanta per cento. In concreto, i terreni su cui costruire sarebbero stati pagati da noi due, io, poi, avrei finanziato la realizzazione del progetto e lui si faceva carico di amministrare e dirigere l’impresa, ivi la progettazione e quant’altro. Alla fine io sarei rientrato delle somme concordate ed anticipate e, poi, ci saremmo diviso a metà l’utile conseguito. Ovviamente pieno e legalmente valido sarebbe stato il mio costante controllo ed a questo avrebbero provveduto i rispettivi avvocati, con idonea scrittura privata.

Papà Carmine aderì, condizionando l’avvio di questa attività, collaterale alle cartucce da caccia, ad una verifica del personaggio a mezzo di una seria agenzia di informazioni commerciali e tramite i soliti Alfredo di Lauro e Antonio de Cesare.

Le informazioni dell’agenzia arrivarono ed erano positive, anche quelle acquisite sul marciapiede e quelle di Di Lauro e di De Cesare.

Ma papà Carmine, ciò nonostante, cambiò parere ed io non ebbi la forza di resistergli.

È anche vero che i rapporti con i Moccia cambiarono nel senso che volevano cominciare a rientrare, in modo graduale, dei finanziamenti il cui importo complessivo era triplicato in tre anni. Il che rendeva difficile avviare altre attività e la trattativa della società con Caraglia fu abbandonata.

Ma papà Carmine non volle neppure “comprare” i due appartamenti e questo non glielo ho mai perdonato. Anzi fu motivo di alterate discussioni, anche allargate ad altri fatti, diciamo, di famiglia, famiglia che per lui non è che contasse molto.

Bianco Raffaele abitava al vomero alto, con figlio studente in medicina e figlia in lettere classiche. Dunque una famiglia piccolo borghese. Tra me e “don” Raffaele circa venticinque anni di differenza ma subito ci intendemmo sulle forme di autofinanziamento. Ci scambiavamo assegni di conto corrente post-datati. Alta scuola quella dei Moccia.

Don Raffaele, come ho già detto, aveva in quel di Arzano, alle porte di Napoli, un grande vigneto e produceva vino, etichetta, Biancovini.

Aveva quattro fratelli, Domenico, importantissimo imprenditore edile (proprietario di decine e decine di palazzi che aveva costruito al vomero alto) parte degli appartamenti locati e parte venduti; Antonio, parroco con chiesa, una vera azienda, proprietario di tre palazzoni per civili abitazioni e terranei per uso commerciale in Arzano; Donato, imprenditore edile, anche lui proprietario di tre palazzoni a reddito con terranei commerciali, in Arzano; Rosa, casalinga, con figlie e marito, pure piccolo imprenditore edile ma conto terzi in Arzano e sempre con tre palazzoni a reddito, modello usuale.

Da notare che Antonio e Donato ed il cognato, mi pare si chiamasse Mario, amavano il numero tre.

L’unico che non aveva palazzi, ma solo due appartamenti a ridosso dello stadio Collana, era, appunto Don Raffaele che amava circondarsi di belle donne (non nella vicinanza della moglie) e condurre una vita un po’ mondana. Di qui la sua necessità di avere denaro da spendere. Da qui la sua frequentazione alla “bancarella” Antonio e Tommaso Moccia.

Spesso mi invitava a diventare suo socio di minoranza (pensava, all’inizio, che i Cioffi fossero ricchi benestanti) specialmente quando mi invitava, in tempo di vendemmia, ad Arzano ove aveva il vigneto ed una grande casa colonica, con una grande vasca ove l’uva veniva pigiata, piedi nudi ovviamente, da ragazze in mini gonna e da ragazzi in pantaloncini.

Anch’io provai una volta, ma per poco tempo. È assai stancante, al di là del folclore.

Vi era, anche una platea festante, con giradischi ad alto volume, che assisteva all’evento come ad una partita di calcio rionale. Le ragazze erano le più guardate ed accuratamente esaminate.

Questa scena era ricorrente in alcuni film di quegli anni, ad opera di registi famosi di cui non rammento il nome (dei film e dei registi).

Anche questa volta Papà Carmine fu contrario a diversificare l’attività, con un’altra ed altro prodotto, come si diceva, di riserva. Non se n’è mai pentito, o, almeno, non ne ha voluto dare segno.

Eppure Don Raffaele ha resistito per moltissimi anni dopo il nostro fallimento, tant’è che divenne mio cliente (non pagante) allorquando divenni avvocato. Però mi portava anche pratiche attive e ci guadagnavo bene.

Soleva dire quando “vincevamo”: e chest va pe chel (cioè quelle pratiche che non conseguivano onorari per me).

Gli altri: Moccia, Rosato, Angelino, Scarpati, Cioffi, La Marca, Assomma, D’Anna, Buono, Cerciello, Mauriello, Limone, Alvino ed altri, tutti della bassa società, ma veri, autentici ri-costruttori dell’azienda Italia, distrutta dall’insana guerra voluta da Benito Mussolini, laddove non “magnata” in precedenza, dalle Caste Oligarchiche, Caste Nobiliari, Caste Imprenditori produttivi e Caste imprenditori commercianti.

In quegli anni, 1960/66 che mi videro “imprenditore” per volere di Papà Carmine, io avevo, e fortunatamente, quale valvola di scarico, la frequentazione di altre persone, più o meno, mie coetanee. Farne un arido elenco non è nell’oggetto di questo viaggio a ritroso, per il che parlerò soltanto di alcuni che ritengo “consequenziale” menzionare.

Raffaele Giglio, ragioniere, abitante, con splendida casa di proprietà dei genitori, massoni, a Santa Lucia, quartiere residenzialissimo e, per tal motivo, “massonizzato”. Benvero lì erano gli alberghi più lussuosi, le case più costose, i circoli nautici più rinomati, i ristoranti sul mare più conosciuti a livello internazionale, i porticcioli più attrezzati per le barche e barcacce da diporto, insomma intero quartiere status simbol.

Non ricordo in quale occasione ci conoscemmo, stringemmo subito amicizia per cui gli chiesi di essere uno dei miei commercialisti, però “segreto”, della I.C.D.A., in quanto, pur inesperto, non mi fidavo dei due commercialisti della società: uno interno e l’altro esterno.

Lui entrò nella cerchia dei miei amici ed io entrai nella sua, e quindi, vivemmo i soliti rituali: feste, teatro, cinema, vacanze per lo più ischitane. Insomma il ludico d’obbligo.

Infatti, dopo il fallimento dell’I.C.D.A., continuammo a frequentarci con le rispettive fidanzate e poi mogli.

Anzi, Lello, non ancora fidanzato con Laura, volle presentarcela (a me ed a Raffaella) quasi per avere un parere che fu, ovviamente, positivo.

Anzi, ancora, a Raffaella Architetto, Lello e Laura chiesero aiuto professionale, che ottennero con competenza ed affetto, nel ristrutturare la loro casa da sposi al vomero, di fronte all’ospedale pediatrico Santo Bono.

Poi la frequentazione si diradò, infatti ci vedevamo di tanto in tanto.

L’ultima volta l’ho visto, con dolore, nella sua bara, in chiesa, per il rito funebre e lì riconobbi alcuni miei colleghi, poi ho saputo che era un autorevole Confratello dell’arciconfraternita dei Pellegrini (ospedale Pellegrini).

Alla fine tutto quadra. Purtroppo.

Dopo avervi parlato dei germani Bianco devo ricordare Tullio Carciello e Giocondo Mauriello che, però, non frequentavano la banchetta Moccia. Un altro mondo.

Tullio era commerciante all’ingrosso ed al dettaglio di tappeti persiani, con un grande negozio alla via Cilea. In realtà era la moglie, Fernanda, mantovana, a gestire l’attività.

Abitavano in una splendida villa, giù a Marechiaro (poi nella quarta decade vi parlerò di Nanni Sampaolesi) ove spesso ricevevano, alternandoli, amici ed amici d’affari. Impeccabili i Carciello.

Tullio aveva il pallino di diventare un amministratore pubblico, se ne riconosceva le attitudini per essere “laureato” diceva lui, in imprenditoria privata e, dunque, di grado superiore a quella rilasciata da una qualsiasi università.

Benvero cominciò a scalare il Comune di Napoli fino a diventare consigliere, poi assessore, ovviamente in area democristiana. Non rammento il nome del Sindaco. Caduto e rialzatosi più volte, cambiando anche casacca politica, perseverò per decenni nel proposito e sempre aiutato dalla madre, una commerciante, all’ingrosso, in abbigliamento maschile e femminile, adulti e giovani. Riforniva mezza Campania e trattava con le fabbriche produttrici con la forza del “liquido” che possedeva e quindi otteneva consistenti sconti. La voce popolare, invidiosa, diceva che tanta liquidità derivava da innumerevoli concordati stragiudiziali (azione strumentale del debitore verso il suo creditore paventando il pericolo di fallire e quindi che il credito non potesse essere onorato di qui la proposta di chiudere al 50 per cento in contanti il debito ed il creditore era costretto ad accettare il male minore).

Tullio aveva anche un grosso “barcone” a due motori, tre camere da letto, e due ponti prendisole con bar, ancorato al molo principale di mergellina, estrema punta, piuttosto isolato, dove pure ci si incontrava in gruppo misto, ma senza Fernanda, la quale poi lo abbandonò per il proprietario della Banca della Provincia di Napoli, Albi Marini.

Giocondo Mauriello, geometra del Comune di Casoria, residente a Napoli, ma il suo lavoro principale era quello di importatore di seteria cinese e con tali importazioni, godendo dell’amicizia dei grossisti in tessuti, siti a piazza Mercato di Napoli, otteneva da questi grossi ordinativi. Grandi guadagni, tanto da indurlo ad andare ad Hong Kong ed ivi aprire un negozio di prodotti alimentari italiani. E così viveva, come aveva voluto, tra i due mondi e però perse Adriana, la fidanzata e fù un dramma, in quanto ne era innamoratissimo, ed anche il posto fisso al Comune, ma questo non fu un dramma.

Allorquando era a Napoli ci incontravamo, intorno alle ventuno, al Bar Rosso e Nero, via Caracciolo, che divenne per noi un Club quasi esclusivo. Di là partivamo per andare a Roma (molto chic), al caffè Greco, via Condotti, tempio della mondanità romana. Più provinciali di così. Dopo di che rientravamo, a Napoli, intorno alle sette del giorno dopo.

Però va evidenziato che il traffico di allora consentiva di raggiungere il caffè Greco, quindi il centro, in due ore!

Naturalmente il gruppetto del Bar Rosso e Nero era composto anche da altri imprenditori commerciali e industriali che, chi più chi meno, considerava quel bar un punto d’incontro, specialmente dopo una giornata di dieci o dodici ore, (di lavoro) inoltre, aveva anche una tavernetta, ove piccole orchestrine con cantante, si esibivano. Ma era per gli habitués cioè nottambuli incalliti che vi “scendevano” intorno all’una perché prima non sarebbe stato chic, specialmente agli occhi delle “ragazze” che, anche da sole, frequentavano nella speranza di acchiappare dando l’illusione ai gonzi, di essere acchiappate. I dettagli inutile scriverli.

La mondanità napoletana, non quella elitaria “intellettuale” che era rintanata o nelle proprie case, oppure, forma esasperata di snobismo intellettuale, in blasonate ed esclusive cantine, sì, proprio dove scorreva il buon vino e la buona cucina, ma quella formata da audaci ri-costruttori che, ancorché non amassero il congiuntivo e tutta la grammatica e la sintassi, creavano dignitosi posti di lavoro, ma tanti, tantissimi, per i figli di nessuno.

Creavano economia primaria e terziaria.

Li ho sempre apprezzati, disprezzando i “castali” che, pur avendo grandi capitali liquidi, grandi ed estese proprietà terriere ed immobiliari, “destinavano e collocavano” i figli, spesso amorfi, nelle pubbliche amministrazioni oppure negli istituti di credito pubblici e privati, ove avevano, ingenti depositi di denaro e quindi grande potere.

Molti di quelli, gli acongiuntivi, sono, o i loro figli, ancor oggi, al comando di imprese/aziende di spessore internazionale, altri si sono persi, deviando dalla “retta” via, oppure hanno chiuso “baracca e burattini”, per non essersi adeguati ai tempi incalzanti con le nuove tecnologie, cioè di non aver adeguato, o voluto adeguare, oltre la propria mentalità, la gestionalità aziendale. Poi ci sono quelli, come papà Carmine, che hanno voluto perdere, con certificazione autentica qual è la sentenza di fallimento del Tribunale, per riprovevole ostinazione, che, lato positivo, mi ha aperto la strada dell’avvocatura che mi è più congeniale, e mi ha, di fatto, inibito, per intervenuta povertà, la ulteriore frequentazione del mondo del Rosso e Nero che, pur criticandolo per sua vacuità, non l’ho mai rinnegato. Fa parte della mia vita.

Raffaele (Lello) Soria e Francesco (Franco) Soria. Due fratelli, in ordine di nascita. Conobbi prima Lello, appunto, al Rosso e Nero che veniva, quasi sempre, con Giuseppe (Peppe) Quaglia e, qualche volta con il fratello più piccolo, Franco.

Lello era contitolare, in Napoli, con Franco Eneghes, di un’agenzia di spedizioni doganali. Lo spedizioniere doganale doveva, per esercitare, essere iscritto in un albo trattandosi di un lavoro delicato e che rendeva anche bene.

Peppe Quaglia era un importante rappresentante (non agente, non piazzista) di importantissime fabbriche di biancheria femminile.

Franco, il più giovane tra noi, diplomatosi ragioniere, trovò, dopo qualche anno dal diploma, impiego presso un accorsatissimo negozio, all’ingrosso ed al dettaglio, di tessuti pregiati in Napoli centro, di proprietà del Sig. Alfonso Bonomo.

Il negozio, aveva un vastissimo deposito contenente merce per centinaia di milioni di lire, ed era contiguo al negozio.

Intanto ho fatto questa breve descrizione perché, per alcuni anni, anche da sposati e con famiglia, ci siamo frequentati. In realtà, inizialmente, c’è stata più frequentazione con Franco, per affinità elettive come suol dirsi, e per il che lui ebbe a confidarmi che in realtà Alfonso Bonomo era suo padre, e che viveva solo in quanto aveva perso moglie ed un figlio in un drammatico incidente. Aveva anche tentato di rifarsi più volte una vita ma i tentativi erano tutti falliti.

Avvenne che, dopodue tre anni, Franco divenne espertissimo di quel commercio tanto da conquistare la fiducia del Bonomo che gli affidò prima la totale gestione e, poi, aderendo alla richiesta di Franco, gli intestò l’intera attività, in uno con il deposito contro un adeguato vitalizio, sulla scorta di una semplice dichiarazione scritta, da me. Io venni interpellato dal Bonomo per il fatto che ero “studente in giurisprudenza” e, secondo la vulgata, quasi un avvocato, ma principalmente per avere notizie sulla persona, cioè Franco.

Ritornando indietro, cioè alla fine del 1964, inizio 65, la vita personale serale si svolgeva tra una pizzeria, un piano bar, famoso quello fuori le mura, a Pozzuoli, fratelli Damiano, e la frequentazione di ragazze che si ritenevano “moderne e disinibite”.

Sotto questo profilo erano le “prime avvisaglie” della rivoluzione sessantottina.

La rivoluzione cambiò, e profondamente, la società dal punto di vista culturale, incise come un bisturi nel campo dei diritti sociali, di quelli fondamentali delle persone. Fu apripista per le leggi sul divorzio, statuto dei lavoratori, la legge sull’aborto, sulla scuola, sull’università. Insomma una spinta libertaria in tutti i rapporti umani. Ad oggi, il movimento 68, non ancora è stato studiato bene, anche perché non lo si è voluto, per l’opposizione della parte conservatrice della società, quella più retriva, che viveva di assurdi privilegi e posizioni di rendita e di potere.

Franco, duole scriverlo, non mantenne con regolarità il pagamento del vitalizio e non solo. infatti diradò anche le visite al Bonomo vecchio ed ammalato, pensando soltanto al consolidamento del suo patrimonio ed allontanandosi dagli amici e, finanche, dal fratello Lello che, viceversa, subì un crollo finanziario. Franco mantenne con me i rapporti anche per il fatto che dopo il fallimento dell’I.C.D.A. mi ero dedicato allo studio per laurearmi al più presto, ma veniva per sottopormi sue problematiche imprenditoriali e personali con la moglie. Ovviamente senza corrispettivi.

Con il fratello Lello continuai a frequentarmi sia pure quando ero libero dai miei affanni economici e familiari. E così anche con Peppe Quaglia.

Le strade della vita, si sa, sono tante e le più imprevedibili. Ci si perde, poi ci si ritrova, poi gli interessi lavorativi prevalgono ed assorbono anche sotto il profilo sociale e relazionale.

Sempre tra gli habitués del Rosso e Nero compariva, di tanto in tanto, Bruno Merolla, anche lui guidava un’alfa spider, come la mia bianca, ma azzurrina.

Poi vi dirò del perché di questo particolare.

Era amico di Tullio Carciello ed è a casa di questo che lo conobbi, durante una festicciola per motivi “elettorali”.

Bruno, proprio per dare una mano a Tullio, divenne più assiduo al Rosso e Naro sia al Bar sia alla tavernetta ed una sera, intorno alle dieci di sera, mi chiese di accompagnarlo con la mia macchina a via Crispi, dalla sorella Eliana che doveva dargli un pacchetto.

Presi dunque, lo spider, che aveva la capote abbassata, ed arrivati all’altezza del civico indicatomi mi accingevo a parcheggiare al che bruno mi disse di entrare nel garage del palazzo il cui ingresso era seminascosto da un grosso albero. Imboccai la discesa e mi ritrovai in un immenso reticolo di pilastri che delimitavano posti auto ed un certo punto mi disse di parcheggiare in uno spazio dietro un pilastro e poco illuminato. Stavo per uscire dall’abitacolo, ma venni fermato da Bruno che mi disse: guarda c’è l’autista e tacque. Più avanti in effetti c’era un tizio con indosso una divisa scura, appoggiato al cofano di una Bentley scura. Dopo qualche minuto sopraggiunse un signore, anziano, con gli occhiali scuri, entrò nell’auto da uno sportello posteriore che l’autista aveva prontamente aperto. Mi sembrava di conoscerlo, ma nulla chiesi.

Uscita la macchina, prendemmo l’ascensore e smontammo mi pare al sesto piano e lui bussò ad una porta sulla quale c’era scritto E.Merolla.

Una splendida giovane, più o meno, dell’età di Bruno e che aveva un volto conosciuto, aprì la porta e si scostò. Vestiva un maglione chiaro, con girocollo alto ed una gonna pieghettata scura.

Bruno mi presentò e lei abbozzò un sorriso di circostanza. Sedetti su un comodo divano ed i due fratelli entrarono in un’altra stanza dalla quale Bruno uscì con un pacchetto. Lei ci invitò a prendere un caffè ma Bruno disse che dovevamo andar via. Stupenda.

In ascensore Bruno mi disse: ma tu lo hai riconosciuto? è il Sindaco Lauro! Io, ecco perché mi sembrava di conoscerlo e venni interrotto da Bruno che mi scaraventò addosso eccitato: tra poco si sposano. Ed infatti, dopo quattro anni, mi pare il 1970, i giornali riportarono la notizia dell’avvenuto matrimonio, senza sfarzo e clamore. Quasi di soppiatto.

Ma a quell’epoca io, però, avevo reciso i ponti con il Rosso e Nero, conservando solo qualche rapporto veramente amicale.

Ritornando a quella sera, giù nella tavernetta, chiarii a Bruno come e perché dissi di aver già visto la sorella.

Benvero, piccolo passo indietro, io con Giovanni Musacchio e Silvio Tortora, che abitava in vico lungo gelso, quartieri spagnoli, parallela di via Roma, studiavamo spesso insieme, controinterrogandoci, proprio a casa di Silvio.

Silvio viveva con il padre. La mamma era morta anzitempo a causa di una gravissima malattia. Ebbene Eliana Merolla abitava con la sua famiglia proprio alla via lungo gelso e di fronte la casa di Silvio. Due balconi si fronteggiavano e su quello di fronte, spesso, si affacciava una bella ragazza, guarda caso, proprio la futura moglie di Lauro.giornali e rotocalchi ci hanno campato a lungo, all’epoca, con la storia “il principe e cenerentola”.

Inoltre, il papà di Silvio era un eroe di guerra. Infatti era sommergibilista con tanto di medaglie incorniciate. Grande uomo e grande papà.

Un pomeriggio entrò all’improvviso nella stanza dove studiavamo e sorprese noi che armeggiavamo con le nostre carte d’identità, due bottigline una con del liquido rosso e l’altra bianco. Mescolandoli si otteneva la scolorina, che, come dice la parola, scoloriva, annullando lo scritto. Appunto la nostra data di nascita sulle carte d’identità. Le nostre. Ciò perché volevamo entrare nelle “case chiuse”.

Cioè i bordelli pubblici. Ce ne erano tantissimi a Napoli. Anche lussuosi.

Il papà si fece dare le nostre carte dicendo: mi pare giusto, ci penso io. Tra due giorni ve le riconsegno, con le date aumentate di un anno. Fermo il giorno ed il mese.

Un grandioso falso, degno della galera, ma a fin di bene, il nostro, e con l’obbligo, se scoperti, di dire che il lavoro era stato fatto da uno sconosciuto, incontrato sotto il Comune ed a pagamento.

È così, prima della chiusura, facemmo in tempo a conoscerli. In tutti i sensi.

Visto? Un ricordo tira l’altro e vi ho risparmiato il ricordo, banalmente banale delle folli, ma non tanto, corse notturne a Sorrento guidando macchine veloci. Il vincitore era sempre Enzo Cimmino, grossista di tessuti con negozio a piazza Mercato, che guidava la famosa macchina Jaguar coupé, sì quella famosissima di Diabolik ed Eva Kant. Famosissimi anche loro sui fumetti dell’epoca. Cimmino ne guidava una vera!

Ho frequentato l’università Federico II di Napoli nei mesi che vanno dal mio servizio militare, per così dire inizio 1967, al dicembre 1968, mese in cui sostenni l’esame di Laurea che consisteva nel discutere la tesi (la risoluzione del contratto) ed una tesina sulla prescrizione e decadenza.

Dico subito che non ebbi il famoso 110 e lode e pubblicazione della tesi, (è una battuta) ed invero non potevo avere siffatto riconoscimento, visti gli esiti del voto per ogni esame che andava dal diciotto al ventuno.

Infatti mi aspettavo un settanta ed ebbi ottanta su 110. Mi sono laureato il 23/12/1968. Festeggiai tale evento in un baretto alla buona, in via sedil di porto, di fronte all’ingresso secondario dell’Università alla via mezzocannone, aperto da uno studente di Battipaglia, tale Mario, all’insaputa dei genitori benestanti. In realtà lui aveva già mollato e raccontava ai genitori di aver superato molti esami seppur non con voti alti. La cerimonia fu un atto dovuto e voluto da quattro miei compagni di studio che pure si erano laureati in quella sessione.

Dei quattro ricordo Giuseppe Carillo, Angelo Cutolo, Giuseppe Di Lorenzo, tutti dei paesi vesuviani. Gli altri 6/7 non vennero per motivi vari. Con tutti questi io studiavo alla biblioteca del corso di giurisprudenza dell’ateneo, sita all’ultimo piano e ne ricordo i commessi, disponibili e camerateschi con noi.

Questo gruppetto si era formato spontaneamente e per coincidenza di esami da sostenere. Avveniva che mangiavamo alla mensa universitaria, io ero spessissimo ospite di Peppe Carillo, che conosceva le mie disavventure economiche, dove un primo costava trenta lire, un secondo quaranta, ed un contorno venti. Acqua gratis.

Come ho già scritto la mia frequentazione avveniva compatibilmente con gli orari liberi dal quotidiano servizio che prestavo alla commissione medica all’ospedale militare.

Peraltro spesso ottenevo numerosi permessi dalla durata di dieci/quindici giorni per preparare e sostenere “esami universitari” vista anche la mia solerzia e diligenza nell’espletamento delle pratiche giacenti da mesi, se non anni.

Si era formato un gruppo affiatato e molti di noi, ricordo, venivano invitati, qualche volta a cena, a casa di Lia Bertoli, figlia del Senatore Bertoli del P.C.I, casa enorme e riccamente arredata che ci impressionava non poco. Dopo la laurea, con Lia, Angelo, Peppe e Rocco Mastrocinque ci siamo sentiti spesso ma poi ci siamo persi.

Con Rocco e Peppe annovero un ricordo speciale: dovevamo sostenere l’esame di diritto amministrativo ed eravamo noi tre più altri studenti non del gruppo. Fui chiamato per primo ed interrogato da un assistente il quale, viste le mie puntuali risposte, passò al Professore il mio statino sul quale aveva annotato, con la matita, il voto di 21. Il Professore disse: ho seguito l’interrogazione ed il candidato ha risposto bene. Merita 28 e lo scrisse a penna. Altra lezione di vita. L’assistente, borioso e presuntuoso, si rannuvolò ma non proferì verbo. Poi seppi che era stato allontanato. Sull’onda, forse, di tale fatto straordinario anche gli altri candidati prenotati superarono l’esame.

Il papà di Rocco, il noto regista Mastrocinque, ci invitò a cena il giorno dopo da Ciro a Mergellina, il ristorante più rinomato di Napoli.

A dicembre 1968 conseguii la laurea. Passaporto per la nuova vita ed unico mezzo per aiutare economicamente anche la mia famiglia d’origine che, di fatto, sopravviveva in quanto nostra madre, “madre coraggio”, si era trasferita nell’appartamento di nostra nonna Pasqualina accudendola. L’altra sorella Antonietta se ne disinteressava totalmente e così i quattro fratelli. Ma tutti, ad eccezione di Pasquale che versava in gravi ristrettezze, ma era il più presente con la mamma, davano mensilmente alla madre un piccolo contributo che non sarebbe bastato nemmeno a pagare una badante.

Ma la nonna aveva un po’ di disponibilità finanziaria per il fitto di quattro terranei che percepì anche dopo la morte di nonno Gennaro, nel 1963, forse 1964.

E così, dopo la laurea, abbandonai Toni Limone e Gianni Alvino ed il piccolo commercio dei sandali da donna, e fittai, a via dei Cimbri, di fronte al museo Filangieri, una stanza di circa 30 mq facente parte di un grande appartamento al primo piano che il proprietario aveva suddiviso in sette appartamentini uso ufficio, ognuno con toilette. Anche questa volta ottenni un contributo spontaneo da Toni che già in passato mi aveva pagato per ben tre volte le tasse universitarie di circa ottomila lire semestrali. Io ricambiavo, si fa per dire, con consulenze legali alla buona.

All’epoca non erano molte ma nemmeno poche.

Arredai la stanza con mobili bellissimi in quanto del mobilificio “Gorgone” cioè di quell’imprenditore che con me, un giorno, si alterò e non poco, con Alfonso Menna, salernitano, Presidente della Cassa per il Mezzogiorno. Ve ne ho già parlato.

Il negozio Gorgone era sito alla via Depretis, via dove oggi ho lo studio. Il reggente era il Ragioniere Adolfo Gigante che conoscevo anche perché dirigeva l’aereo club di Napoli, aeroporto civile di Capodichino, ed io mi ero lì iscritto, anni addietro, per conseguire il primo brevetto di pratica. Ma ero un pessimo allievo perché quotidianamente impegnato con Tommaso Moccia e quindi pagavo solo la retta ma non frequentavo.

Tra l’altro una domenica mattina stavo con i soliti amici al RossoNero, e proprio nel tratto di mare davanti a noi, un piccolo aereo del mio club, dopo aver fatto un paio di “capriole” si inabissò!

E così abbandonai del tutto l’idea di conseguire il primo brevetto! Con il ragioniere Gigante commentammo l’episodio, e questi affermò che si era trattato di un gesto azzardato del pilota il quale da poco aveva conseguito il brevetto di primo grado. Infatti era da solo a pilotare senza l’istruttore.

Ritornando ai mobili, subito acconsentì a vendermeli con tratte autorizzate. Mobili che gli restituì, intonsi, dopo appena cinque mesi in quanto le pratiche legali che mi erano state promesse dagli amici della bancarella Moccia, e sulle quali avevo fatto affidamento, non arrivavano.

D’altra parte, ripeto, era necessario fare pratica forense per poter accedere all’esame scritto ed orale, più, altra condizione, diciotto mesi di iscrizione nel registro praticanti abilitati al patrocinio (ma per affari, e non tutti, di competenza del Pretore) per conseguire l’abilitazione piena di Procuratore Legale.

Sta di fatto che i Dominus nulla pagavano per le prestazioni lavorative che, comunque, i praticanti effettuavano, in quanto Dominus, a mo’ di giustificazione, dicevano che, di fatto, insegnavano il mestiere.

A seguito di raccomandazione della sigora De Lieto, in ricordo di Salvatore Giannattasio, mio suocero, andai da un ottimo avvocato, Franco Gualtiero, per la pratica, ma vi restai tre mesi. Mi dava trentamila lire a fine mese ed io facevo quello che facevano (e fanno) i praticanti: gli adempimenti in tribunale ma anche alla Posta per spedire le raccomandate e gli atti giudiziari a mezzo servizio postale.

Non avevo una sedia nella minuscola segreteria del grande appartamento casa-studio.

Inoltre, allorquando entrava il cliente o, più spesso, la cliente, questa si accomodava ed il dominus mi chiamava: avvocato Cioffi, per favore mi porti la cartella di Cutolo contro Condominio via… ed io gliela portavo. Uscita la cliente, mi richiamava: dottor Cioffi venga a riprendere la cartella. Venivo promosso e poi declassato, nel giro di un ora. Ciò tutti i giorni. Resistetti tre mesi e me ne andai.

Papà Carmine si decise così ad andare dall’avvocato Sparano Vincenzo, specializzato in recupero crediti INAIL, con studio a Porta Capuana, fratello di Monsignor Vittorio, con azienda, pardon, Chiesa, in piazza Dante, Napoli.

L’avvocato Sparano aveva, quale suo sostituto, l’avvocato Giovanni Irollo che curava il contenzioso, essendo esperto e bravo processualista.

L’avvocato Sparano, dopo un mese di praticantato e con l’adesione di Giovanni, mi affidò, con la supervisione sempre di esso Giovanni, il contenzioso con relativi adempimenti, per tutta la provincia di Napoli. Rimborso spese, al nero, ottantamilalire. Furono veramente benedette in quanto, pur lavorando mattina e pomeriggio, godevo di un piccolo stipendio fisso quasi uguale a quello di Raffaella, che era dipendente pubblica.

Durò circa due anni, divenni amico di Giovanni, e, poi, superato l’esame, mi iscrissi all’albo degli avvocati e procuratori legali ed aprimmo uno studio tecnico-legale, io, Vito De Luca, che era imboscato, come me, alla commissione medica militare, e Raffaella Giannattasio, architetto, alla via Alcide de Gasperi, a ridosso di via De Pretis (sempre in questo quartiere). Si costituì, subito, un gruppetto di avvocati detto “degli ottavianesi” di Ottaviano, Paese vesuviano, composto da Vito De Luca, Aurelio Capotorto il più anziano, Lucio Portaro, Nicola Cioffi, ed un altro, Peppe, ma non ricordo il cognome. Io e Lucio eravamo, per così dire, spuri in quanto napoletani. Ad ora di pranzo ci vedevamo “da Giovanni” che gestiva una cantina a ridosso del teatro Mercadante ingresso posteriore per cui, alcuni operai attrezzisti dello stesso, venivano nell’intervallo anche perché con duemila lire si mangiava e si beveva alla grande. Quale parametro, un litro di benzina costava centoventi lire ed una tazza di caffè venti lire!

Insomma da autentici “cantinari” spesso si finiva a cantare oppure a giocare a carte allo studio di Aurelio Capotorto, in realtà un amante appassionato del buon vivere. Dopo il divorzio dalla prima moglie si risposò con Antonella, pure avvocata, sorella di Lucio.

Insomma questi erano gli amici con i quali feci la cena di addio al celibato da Donna Carmela, celebre osteria, contigua al teatro Bellini. Si, le cantine, quelle di qualità, erano templi (pretesi) intellettualoidi.

Comunque questi, al finire della serata, mi diedero la famosa busta regalo, conteneva centomila lire. Era una cifra all’epoca.

Ma io volevo uno studio tutto mio e Vito pure voleva uno studio tutto suo e Raffaella voleva dedicarsi solo all’insegnamento. Pertanto, sia pure a malincuore e con il ricordo costante che io e Vito avevamo iniziato l’attività con due scrivanie, in realtà due tavoli da cucina, che pagammo, in tutto, ottomila lire, fatte da un falegname di Ottaviano, decidemmo, io e Raffaella, in accordo con Vito, di lasciargli l’appartamento.

Io mi trasferii in un appartamentino di tre vani alla via Roma 393, nei pressi di piazza Carità, che divide via Roma in due, via Toledo e via Roma, e Raffaella senza più studio, avendo optato per l’insegnamento.

Quivi, fittai al piano ammezzato sottostante il mio studio, altri tre piccoli vani ove, tramite Giovanni Irollo, aprii, con un amico bancario Luigi D’agostino, Banco di Roma e, successivamente, con Fedele Salvatore, un pensionato delle ferrovie statali, un’agenzia di assicurazioni RC Auto CO.SI.DA. il cui amministratore e comproprietario, era l’avvocato Francesco Visco e suo fratello Alfredo, Benvero, poi, Giovanni Irollo, che aveva lasciato Sparano, e Francesco Visco, aprirono un loro studio legale, alla via Monteoliveto.

In punto di fatto restai nello studio di via Roma circa tre/quattro anni. Infatti, a seguito dell’incrementarsi dell’attività legale avevo bisogno di un immobile per lo meno di quattro/cinque vani e così, trovatolo, mi trasferii alla via Carlo De Cesare Piazza Trieste e Trento, contigua a piazza del Plebiscito.

Ospitai, per pochi mesi, anche un amico e collega penalista, che, però, essendo di Caserta preferì puntare la sua carriera professionale sulla clientela, invero più ricca, casertana.

D’altra parte appartiene ad una famiglia, molto ricca, di imprenditori e di professionisti. Insomma un nome pesante.

Ma prima di parlare del nuovo studio di Carlo De Cesare, anno 1972, bensegnato anche dalla nascita del mio unico figlio, Andrea, devo aggiornarvi sugli anni 69/72 che costituirono il mio ingresso “nell’avvocatura di buona qualità” riferendomi al notevole spessore del contenzioso e dello stragiudiziale trattato e, quindi, degli incassi.

Delle vecchie conoscenze ed amicizie approdate allo studio legale Cioffi ricordo Luigi Buono, Toni Limone e suo cugino Antonio Limone, Bruno Misuraca, Franco Soria, Lello Soria, Tullio Carciello, Tommaso Moccia, Bianco Raffaele, Bianco Carmine, Lo Bruno Nicola, Luigi D’Agostino, Franco de Cesare, ed altri. Di alcuni ve ne ho già parlato.

Lo Bruno Nicola, venne allo studio “inviatomi” da Luigi D’Agostino, impiegato del Banco di Roma, ove il Lo Bruno aveva il conto corrente. Era parte convenuta in un giudizio intentatogli dal suo locatore che gli addebitava l’omesso pagamento di alcuni canoni di locazione di un appartamento sito alla via Posillipo.

In realtà il Lo Bruno aveva pagato regolarmente, giusta ricevute firmate dalla moglie, di esso locatore, e lasciate al portiere, per giunta risultava unica proprietaria ma aveva taciuto al marito gli avvenuti pagamenti. Nel giro di un anno il proprietario locatore rinunciò all’azione e pagò anche le mie competenze professionali.

Il Lo Bruno mi chiese se doveva aggiungere qualcosa per le mie competenze ma io dissi di no, ringraziandolo. Al che lui mi chiese se fossi interessato a curare contenziosi ad oggetto il recupero di crediti ed io risposi, ovviamente, di si.

E lui mi chiarì di essere un dirigente della S.I.P. cioè l’azienda di Stato dei telefoni.

Dopo qualche giorno un fattorino mi portò un plico contenente la convenzione regolante il rapporto di collaborazione da sottoscrivere. Era tutta a favore della Società ma io firmai lo stesso e subito, vista la mia situazione economica.

Il rapporto durò circa tre anni ed io decisi di risolverlo in quanto i contenziosi affidatimi erano nei confronti di nullatenenti, nel mentre, quelli con accorsate imprese, erano appannaggio di sei avvocati napoletani, ma massoni.

Gli telefonai per doveroso comportamento e lui mi rispose che sapeva tutto e che i suoi tentativi di par condicio erano naufragati per lo strapotere di alcuni amministratori legatissimi alla loggia napoletana di Santa Lucia. Li chiamò ladri. Lo ringraziai ed io risolsi il contratto e transattivamente a fronte di venti milioni, accettai dieci milioni di lire, al netto degli oneri fiscali, per le mie competenze. Ci salutammo e mai più l’ho rivisto. Ma lo ricordo con estrema simpatia e riconoscenza.

Luigi Buono, via delle Cotoniere, Poggioreale, Napoli aveva avviato verso il 1965, una fabbrica di materassi. C’erano 12/14 anni di differenza con me. Conosceva papà Carmine perché era cliente dell’Officina Meccanica Cioffi.

Aveva tre fratelli Antonio, Giuseppe e Salvatore. Antonio fabbricava materassi, la sua era una grossa azienda ed aveva, anche, intrapreso l’attività di imprenditore edile. Infatti aveva costruito in Ischia tre grandi parchi per civili abitazioni.

Giuseppe, in via Nuova Poggioreale invece commerciava in pellami vari.

Salvatore, commerciante in materassi, aveva dovuto chiudere l’attività per investimenti sbagliati.

In realtà tutti i fratelli non potevano sottrarsi, imprenditorialmente, alle influenze dei clan di Secondigliano che avevano il controllo del territorio a partire da secondigliano a finire a Poggioreale passando per piazza Carlo Terzo.

Intendo il grosso quadrilatero che circonda l’aeroporto di Capodichino.

Io avevo il barbiere a pochi metri da Luigi, e spesso mi fermavo dal giornalaio all’angolo per poi andare a trovarlo e così ci “scambiavamo” qualche assegno. Il mio post-datato ed il suo a vista. ”Scontava” anche cambiali ed assegni oppure, sua vera fonte di guadagno, acquistava, a prezzi stracciatissimi, merce di ogni tipo, che gli proponevano, e che poi lui rivendeva al giusto prezzo di mercato. Qualcuno, scherzando, parlava di ricettazione. Ma io non ci credevo.

Non appena “aprii” lo studio a via Roma, visto che non passavo più per via Cotoniere ed avevo anche cambiato barbiere, venne allo studio con un fascio di cambiali che lui aveva posto all’incasso e che erano state protestate cioè non pagate.

Le cambiali, per circa trenta milioni di lire, una cifra colossale, erano tutte a firma di tal Ciollarino Alfredo ed all’ordine di Srl TelenapoliTelevisioni, da questa girate a Enrico, Alessandro e Ubaldo Capozzi in proprio, da questi ancora girate a Morra Greco, affermato medico dentista con studio a piazza Carità, Napoli, e da quest’ultimo girate con una firma illeggibile e poi girate a Buono.

Il fatto “strano” consisteva nella circostanza che erano tutte nelle mani di Luigi Buono, quale ultimo giratario possessore il quale le aveva poste all’incasso e gli erano tornate non pagate e con verbale di protesto, che riportava l’irreperibilità del firmatario Ciollerino, che risultava sconosciuto all’indirizzo riportato sulle cambiali.

Ma io nulla chiesi. Non potevo chiederlo.

Luigi Buono mi lasciò un fondo spese per una veloce procedura esecutiva e per richiedere informazioni commerciali su tutti gli obbligati cartacei.

Chiesi informazioni al mio amico Luigi D’Agostino, bancario, presso il Banco di Roma, a pochi metri dal mio studio e dalla mia agenzia di assicurazioni, nella quale Luigi volle una interessenza.

Appena esaminate le cambiali mi informò che il Dr Morra Greco era un affermatissimo Odontoiatra, che era cliente del Banco di Roma e che aveva impegnato grossi capitali nella “sua” squadra sportiva di calcio “la Campania” ed anche in una “sua” galleria di quadri antichi e moderni alla via Chiatamone, Napoli, inoltre che i fratelli Capozzi fossero proprietari della società Telenapoli Televisioni.

Concluse che Morra Greco era solvibile e mai protestato.

Luigi mi parlò anche dei F.lli Capozzi e della Telenapoli Televisioni e delle altre loro società edili e di elaborazioni dati. In realtà si informò nel Banco ove lavorava.

Acquisite queste prime informazioni feci partire lettere raccomandate di diffida al pagamento a tutti gli obbligati che le ricevettero ad esclusione dell’emittente Ciollarino. Chiaramente una falsa firma di una inesistente persona.

Decorso il termine di quindici giorni, senza alcun loro riscontro, notificai, con urgenza,a ciascuno di loro, un atto di precetto di pagamento di una quota, avendo suddiviso l’intera somma in più parti cioè più debitori, atto propedeutico e condizione, per procedere al pignoramento mobiliare ed immobiliare dei loro beni, per l’importo precettato.

Decorso tale ultimo termine passai i singoli precetti e le cambiali ad un solo ufficiale giudiziario che divenne il coordinatore degli altri due ufficiali giudiziari competenti per il territorio. Per i fratelli Capozzi che abitavano alla prestigiosa via Nevio, Napoli, in una palazzina di tre appartamenti, l’ufficiale giudiziario era tale Castellano. Per il Dr Morra Greco il sig. Loffredo, se ben ricordo e per la società Srl telenapolitelevisione, un altro di cui non ricordo il nome. All’epoca non c’erano i telefonini ma i telefoni pubblici a gettoni ed i telefoni a casa. Io, previdentemente, ero venuto in possesso dei numeri telefonici di tutti i coobbligati e li avevo dati a ciascun ufficiale procedente.

Infatti alle ore otto e trenta del mattino io con Castellano e due miei collaboratori con gli altri due ufficiali finanziari ci presentammo dai debitori, fratelli Capozzi, Morra Greco, uffici Srl Telenapoli Televisioni.

Ci fù un vero e proprio sbandamento da parte dei debitori che si erano affidati ai loro avvocati che non mi avevano contattato, ritenendo di avere a disposizione molto tempo e mai pensando ad un’azione così veloce e coordinata.

Dopo due giorni dal pignoramento di tutti i mobili di casa e dell’ufficio e delle costose attrezzature avveniristiche del dentista, mi telefonò l’avvocato Ubaldo Capozzi, il quale poi venne allo studio e mi propose, per l’intera somma di trenta milioni oltre le spese, un pagamento dilazionato a mezzo assegni postdatati scadenti in dodici mesi, versando all’atto della transazione, la somma, in contanti, di lire cinquemilioni.

Inoltre pagò le mie competenze e le spese vive sostenute per gli incarichi agli ufficiali giudiziari, nonché gli omaggi consistenti agli stessi, per la loro disponibilità.

Ovviamente in via ufficiosa.

Dopo la transazione, Ubaldo Capozzi volle incontrarmi di nuovo e mi chiese di assistere tutto il suo gruppo, lavoro oneroso e prestigioso ma mi sarei dovuto attrezzare con due praticanti e due collaboratrici. E lo feci.

Il mio corrispettivo sarebbe nato da una convenzione forfettaria per gli onorari ma in contanti e mensilmente per le spese vive, oltre un acconto del 50% degli onorari che di volta in volta maturavano.

Luigi Buono restò come cliente ed invece il fratello Salvatore divenne socio al trenta per cento di papà Carmine che si era avventurato nella progettazione di una macchina semiautomatica sempre del bossolo ma di plastica. A tal fine aveva locato un piccolo capannone, in origine una stalla, che si trovava alle porte di Pozzuoli su una collinetta, facente parte di un grande complesso immobiliare di terreni e di villette che il Commentatore Caruso Giovanni aveva edificato in località Arco Felice.

Il predetto Caruso era stato il fondatore di una importantissima fabbrica di radio e telefoni con filiali in America. Una delle figlie aveva sposato un americano, Gillette, (famose lamette per barba), ricchissimo.

Intermedario della locazione tal Secone Matteo, rivenditore I.C.D.A,ed anche poi sindaco di un piccolo Comune Casertano.

Questa volta papà Carmine sembrava riuscire nel progetto e si parlava di brevettare la macchina, peraltro, non solo aveva utilizzato i soldi che Roberto Caraglia mi aveva restituito per il mio recesso dall’acquisto dei due appartamenti ma si era anche indebitato con un tizio di Pozzuoli che fabbricava fuochi di artificio e che io dovetti, (venni “contattato” al mio studio) liquidare il suo credito ma ratealmente.

Sta di fatto che Salvatore Bruno, mal consigliato, mia supposizione, dal fratello, Luigi, allora mio cliente, pensò bene, tra un sabato e la domenica, di rubare il macchinario che era assemblata e lunga dieci metri e larga circa quattro, e, dunque, solo con l’aiuto di una ditta attrezzata, poteva essere rimossa.

Feci un’articolata denunciaquerela, mio cliente, papà Carmine, ed inoltre chiesi ad un altro mio cliente, agenzia informazioni Nicola Capobianco, da me aiutato in molte procedure escutive quasi gratis, di rintracciare il macchinario non avendo io fiducia negli inquirenti della Procura della Repubblica di Napoli.

Dopo quindici giorni la rintracciò, fu bravissimo, si trovava in un terraneo di Buono Luigi. Anche Capobianco aveva buone amicizie e la cosa fu definita con la restituzione del macchinario ormai semi distrutto e con la rinuncia alla denuncia querela. E così finì anche questo progetto di Papà Carmine, ormai anche avanti con gli anni.

Con Luigi Buono, dopo l’episodio del fratello, i rapporti professionali cessarono ed i miei crediti furono da me ridotti, in via transattiva, a lire cinquemilioni. Purtuttavia i rapporti personali non cessarono del tutto. Devo premettere che Raffaella, mia moglie, studiava Architettura con una sua amica, Karla Fuccia, che io conobbi unitamente al di lei fratello Vincenzo che era funzionario della Centrale del latte, poi co-amministratore di una partecipata del comune di Napoli e, conobbi pure la di lui moglie Francesca, impiegata della SIP. A tutt’oggi vivente ed amica di Raffaella e, dunque, anche mia. Ma sono anche il suo legale.

Vincenzo, dagli amici chiamato Enzo, pur giovane, si era dato, anima e corpo, alla politica attiva con il partito social democratico italiano PSDI, scissosi dal PSI, ben più importante, il cui segretario era il Ragioniere Bettino Craxi. Enzo era il segretario della sezione napoletana del partito.

Ebbene sta di fatto che in occasione di una tornata elettorale nazionale, cioè l’elezione di deputati e senatori, andammo a cenare al ristorante “Pulcinella”, riviera di chiaia, eravamo quattordici o quindici, non ricordo, ed ovviamente i discorsi erano “politici/elettorali” tanto più che si stavano compilando le liste elettorali. Di queste, Enzo, Alfonso Cecere e Mario De felice, questi ultimi avvocati, discutevano tra di loro, noi presenti, dei nominativi da inserire o meno. Insomma stavano decidendo le persone che avrebbero potuto portare voti ed in quale misura. Le qualità personali di serietà, capacità, onestà, non erano assolutamente rilevanti. Pesavano, nella graduatoria della lista, il numero dei voti che sarebbero stati portati anche se in via approssimativa. Ad esempio chi portava tremila voti era il terzo, chi portava duemila voti era il quarto. Le caselle da n. 1 a 15 andavano ai dirigenti ai militanti e ai politicanti del partito sezione Napoli centro.

Nel corso delle conversazioni che si accavallavano io, da vero spaccone, in un mondo che non conoscevo né mi interessava, specialmente sotto il profilo del potere e di quello affaristico o clientelare, dissi, ma per scherzare ed “allargare” il campo piuttosto squallido dei papabili, loro compagni da inserire nelle liste, che un migliaio di voti non era una grossa difficoltà. Lazzi e frizzi non mancarono ed i tre “cospiratori “, tali mi apparivano, all’unisono: “se accetti ti inseriamo nella casella venticinque (in tutto le caselle erano trenta-cioè al fondo lista )e se ti votano duecento persone paghiamo una cena a tutti i presenti, qui da Pulcinella.

Sempre da spaccone e con un sorriso di sufficienza accettai e portai ai loro uffici il mio certificato penale, certificato di nascita e residenza, copia della carta d’identità e l’iscrizione all’albo professionale.

E venni inserito nella lista che poi venne riprodotta in tutti i manifesti pubblicitari e su i giornali Il Mattino ed il Roma, insomma su i mezzi locali di comunicazione.

Dopo la pubblicazione mi arrivò la telefonata di Luigi Buono che non sentivo dal giorno della transazione con il fratello. Mi avvertì che sarebbe passato per lo studio e passò.

Dopo i convenevoli di rito mi disse che voleva darmi una mano per quanto riguardava i voti, anche perché il PSDI era il suo partito e si complimentò per il mio futuro da politico anzi mi chiese se volevo percorrere quella strada perché in tal caso avrei avuto il suo sostegno e quello dei suoi amici. Aggiunse e, poi, tu sei un uomo serio. Avevo capito e gli dissi: vediamo che succede e poi ne riparliamo. Voleva saggiare sul mio nome la sua “forza elettorale”.

Ebbi 1283 preferenze. Enzo ed Alfonso mi telefonarono dicendomi che l’On.le Quirino Russo, il capo locale, voleva incontrarmi. Dissi di si e restai in attesa dell’appuntamento.

Non incontrai il Russo, per mesi nemmeno Enzo, e nemmeno la cena ci fu.

Cadde il silenzio. Anche con Luigi Buono. Suo figlio, anni dopo, è diventato consigliere comunale di Napoli ed ancora oggi lo è.

I voti non gli mancano.

Anche nell’ampio studio di via Carlo De Cesare restai pochissimi anni e feci un errore a lasciarlo e ciò per vari motivi che è inutile elencare.

Il contesto.

Nel 1972 nasceva Andrea, il mio unico figlio e nasceva, per tal motivo, la mia seconda vita.

Avevo, di fatto, già una clientela, molto dinamica, intendo dire che era molto causidica, avventurosa, audace ed anche un po’ monella, ma era, guarda caso ripeto, statica allorquando doveva pagare gli onorari, peraltro moderati.

Tutto sommato, era lo specchio della società civile, che si avviava ad essere borghese e che si riteneva autorizzata ad essere spregiudicata, ed un po’ border line, perché post bellum (il post bellum era diventato, quasi, un salvacondotto).

Arturo Cesarano, prima geometra e, poi, Architetto. Così come conobbi i Capozzi così conobbi il fosforescente Arturo.

Tra i miei clienti annoveravo tale Tommaso Mocerino, con ufficio vendita e deposito di materiale per bricolage, legno e ferramenta, in Ercolano, il quale mi chiese di recuperare la somma di circa dodici milioni di lire, rappresentata da cambiali ed assegni protestati giratigli da Arturo Cesarano, amministratore unico della srl Arte nuova, con sede in via Panoramica, Ercolano.

Adottai tutte le modalità operative utilizzate nella procedura Buono/Capozzi, previste anche nel nostro codice deontologico, ed il Cesarano come i Capozzi/TeleNapoli, non rispose alla mia garbata ma ferma diffida al pagamento degli insoluti (nella mia breve vita di imprenditore in decozione, ho ricevuto centinaia e centinaia di diffide dagli avvocati dei creditori I.C.D.A., che erano,gratuitamente, minacciose e sgarbate, trattando l’insolvente come se fosse un matricolato truffatore di professione, minacciando esplicitamente, di denuncia querela anche di bancarotta fraudolenta, furto, appropriazione indebita, insomma un ira di Dio. Molti di loro li ho incontrati da avvocato e li ho puniti, avendo dalla mia professionalità ed onestà e loro il contrario. (Venia).

Mi sono lasciato prendere dai ricordi e rientro subito.

Arturo non mi contattò nemmeno dopo il precetto di pagamento e grande fu la sua sorpresa nel vedermi nella mattinata di un giorno che non ricordo, nella sua sede di via Panoramica, con l’ufficiale giudiziario per il pignoramento.

Avute le spiegazioni del caso, aprì una splendida valigetta ventiquattro ore d’ottima pelle con tanto di marchio, tirò fuori tre o quattro carnet di assegni di primarie banche (ero esperto, come sapete) e disse che avrebbe saldato il debito con un regolamento di assegni postdatati scadenti nei dodici mesi a decorrere dal quarto mese ma senza interessi. Anche le mie competenze con unico assegno ma a quattro mesi.

Accettai ma con la condizione che i titoli di cui al precetto sarebbero stati restituiti al completo pagamento, e tanto perché non si trattava di novazione del debito.

Accettò, presi gli assegni e la scrittura intercorsa e mi congedai. Nel salutarci mi disse che sarebbe venuto allo studio per sottopormi la sua situazione imprenditoriale che riguardava anche altre sue imprese.

Infatti venne e discutemmo dei suoi soci e delle sue società.

Dopo una settimana gli preparai succintamente il mio parere, dopo essere stato autorizzato da Tommaso Mocerino che volle essere rassicurato sul buon esito degli assegni postdatati.

Con Arturo fui chiaro: in presenza anche del mancato pagamento anche di un solo assegno avrei rinunciato agli incarichi conferitimi da lui o dai soci o dalle loro società.

Tutti gli assegni furono pagati.

Arturo, per la cordialità dei rapporti, chiese espressamente di darci il tu ciò perché agevolava la speditezza. Inoltre mi davo già il tu con il suo socio, Caruso Alfonso, consigliere del Comune di Napoli, area destra moderata e con l’altro socio, Servilla Annamaria, titolare di due ditte, settore materiale edile.

Lo dico subito questi che ho testé nominato, Enrico Capozzi, ed altri di cui, in seguito, vi parlerò, li ho tutti iscritti nella mia rubrica personalissima, Le Canaglie Corsare Simpatiche. CSC, acronimo.

La letteratura, cartacea, risalente agli antichi romani e per tutti i secoli successivi fino ai nostri giorni, e filmistica ovviamente del 900, di questi personaggi, uomini e donne, del ventesimo secolo, è nutrita, è fosforescente, è intrigante, è, appunto, simpatica.

Innanzitutto sono persone di raffinata intelligenza, di raffinata astuzia e scaltrezza, profondi conoscitori dell’animo umano, dotati anche di consistente reale cultura generale, quando non addirittura laureati, dotati di spiccata ironia e, principalmente, di auto ironia. Inoltre, istintivamente, cercano di piacere agli altri e l’armamentario delle citate qualità, dianzi elencate, costituisce “la valigetta magica” dalla quale attingere, a secondo della bisogna, l’arma più appropriata per centrare l’obbiettivo, realizzare il progetto. E se per farlo devono travolgere cose e persone, anche occorrendo, propri familiari, figurarsi in caso di estranei. Alcuna remora, alcuna pietas, ma sempre con eleganza e chiedendo anche scusa, laddove bisogna ufficialmente contrirsi.

Vi ho appena fatto la descrizione dei Capozzi, dei Bianco, dei Cesarano insomma di tutti quelli di cui vi ho già parlato.

Arturo, con fratelli sistemati, e bene, in importanti Enti, era, diciamo, il geniale intraprendente della famiglia. A vent’anni si era diplomato geometra e si era iscritto alla facoltà di architettura, ma studiava nei ritagli di tempo, dedicandosi, come mi aveva raccontato, a costituire una serie di srl, nominando, “nei casi pericolosi”, quali amministratori, vecchi settantenni, prelevati, forse, nella suburra. Comprava senza pagare e rivendeva facendosi pagare. Aveva anche società solide con attività “serie” e queste le amministrava lui.

Gli altri due soci non comparivano mai.

Era iscritto in una loggia massonica di Caserta, ove aveva fittato una bella villa. A difesa della quale aveva cresciuto una tigre. Si una tigre.

Un mio cliente, importante a livello nazionale, del quale vi narrerò le gesta più avanti, venne arrestato in Sardegna per una pretesa appropriazione di cinque miliardi di lire che erano della casa automobilistica francese Renault che, volendo diversificare gli investimenti, aveva costruito a Cagliari, provincia, una fabbrica di torrefazione del caffè ed altro, dal valore di circa dieci miliardi di lire. Irrilevante entrare nel merito.

Avvenne che il tribunale di Cagliari chiese una cauzione di duecentotrentamilioni di lire per concedere la libertà provvisoria del mio cliente Rodolfo Andria.

Gli altri soci di minoranza e tutti i collaboratori e tutti i professionisti che curavano le società del gruppo, tra questi io, in via principale quale avvocato coordinatore, di individuare un acquirente di una società del gruppo, cioè la srl Nervi e Batoli costruzioni Colombo (c’era poi la srl Nervi e Batoli Sistina). L’architetto Nervi è quello che ricostruì, parzialmente, la famosissima Cappella Sistina del Vaticano.

Tutte le società del gruppo, indebitatissime con il sistema bancario romano, vennero acquisite dal Rodolfo Andria che, negli anni ha pagato le creditrici ma con un concordato al sessanta per cento delle sole sorte capitali, abbattendosi tutti gli interessi moratori, da me assistito nelle fasi delle trattative e negli atti transattivi stragiudiziali con i legali delle controparti.

A monte ed a latere, nostro, il notaio Di Ciommo, potentissimo e ricchissimo, socialista Craxiano, con studio a lungotevere, Roma.

Negli anni novanta arrestato nella sua lussuosissima villa a Capri con eliporto privato.

Ovviamente, poi, alla fine assolto.

In questo tipico o atipico contesto, a secondo dei punti di vista, su mia richiesta e trattativa, intervenne Arturo.

E così siamo a fine giugno inizio luglio dell’anno 1982 e Rodolfo Andria era ristretto, ma in biblioteca, nel carcere cagliaritano e gli accordi con Arturo erano stati stabiliti nel dettaglio. Le modalità erano: una società di Cesarano acquistava tutte le quote della Srl Nervi e Bartoli Colombo e versava, contestualmente, con assegni circolari non trasferibili ai soci venditori la somma di duecentotrenta milioni di lire ( il notaio rogante era, mi pare, Di Ciommo).

Gianni, il fratello di Rodolfo Andria prese gli assegni circolari e tramutatoli in denaro contante fece un bonifico su un libretto intestato al tribunale penale che aveva disposto l’arresto del fratello ed innanzi il quale si iniziava il processo. Rodolfo Andria era difeso dall’avv. Maurizio di Pietropaolo con studio in Roma e dall’avv. Corruas di Cagliari e che avevano curato l’istanza di libertà provvisoria, come all’epoca veniva chiamata.

A sostegno dell’istanza, la mia memoria difensiva fallimentare redatta con il sostegno di una perizia contabile di un noto commercialista di Roma, dr. De Masi.

Gli avvocati di Pietropaolo e Corruas ed il dr. De Masi erano potenti massoni, loggia Grande Oriente.

Rodolfo Andria venne liberato e, poi, dopo circa un decennio assolto, naturalmente, in Cassazione.

E così, a metà luglio, io e la mia famiglia, con Vera del Piano ed il marito Rocco Fortunato, Vania Morello ed il marito Carlo Tamburri e la loro figlia Elisabetta e due single, Maria Corsaro ed Emilia Lonetti, tutti, ad eccezione delle due single, amiche di Vera, soci del circolo Canottieri Napoli, ci imbarcammo a Brindisi per Corfù.

Una chicca.

Elisabetta sulla spiaggia dell’albergo dove alloggiavamo (vari bungalow) chiese al padre di fare un giro con il paracadute e lo fece, alcuna paura aveva avuto, disse, all’altezza di circa trecento metri che si raggiungeva essendo esso paracadute, al quale la temeraria era imbracata, trainato a fortissima velocità, per librarsi, da un motoscafo per il che, io “spacconamente” nonostante il rifiuto del resto della comitiva, aderii alla pressante richiesta dello scafista.

Non l’avessi mai fatto: una paura folle con maledizioni allo scafista ed anche a me stesso che avevo tanto osato, immemore dei timori e paure che mi avevano indotto a rinunciare al brevettino della guida dei biposto piper all’aereo club di Napoli.

Vi risparmio le battute sarcastiche dei miei compagni di vacanza circa il fatto di come ci si senta “urinando” dall’alto. (Venia).

A settembre, dunque, mi ritrovai con due gruppi di imprenditori che potevano essere “il mio tram” potevano, ma non lo furono.

In ogni caso Cesarano, Andria e Capozzi erano i cavalli su i quali avevo puntato e dando loro competenza, professionalità, ed energia fisica. Benvero il lunedì o il martedì intorno alle 19/20 partivo dal mio studio di Ponte di Tappia, 62, Napoli, a cento metri dal Porto, ove era parcheggiata la mia volvo 245, e raggiungevo, l’autostrada per Roma con la quale il Porto era direttamente collegato. Vale a dire che dopo due ore ero all’albergo Visconti nei pressi di di via Flaminia ove era sito il mio studio di Roma ma di proprietà del gruppo. Rientravo a Napoli, direttamente al mio studio, il giovedì o il venerdì alle ore 16. Qui avevo sei o anche sette collaboratori di cui due avvocati e quattro o cinque praticanti e due segretarie dattilografe.

Tantissimo lavoro, ed anche gratificante, ma che mi veniva pagato con una piccola parte in contanti per far fronte alle spese e pagare i professionisti che stavano con me ed il resto, mio investimento, con cessioni cambiarie ed assegni postdatati ad anni.

Dopo anni tutti i titoli non vennero pagati né dal gruppo Andria, né dal gruppo Cesarano, né dal gruppo Capozzi che operavano sia in Campania sia nel Lazio.

Le conseguenze fiscali per me sono state devastanti in quanto i commercialisti, ma anch’io, ritenevano che tali tipi di crediti non andassero dichiarati in quanto non liquidi. Altri, quelli dell’agenzia delle entrate dell’epoca, assumevano il contrario. Follie Italiane.

Il danno, se avessi pagato la tassazione usuale del trenta per cento, su eventuali buon fine dei titoli, a parte che non avevo disponibilità, sarebbe stato stratosferico. L’idiota di turno, che gode del pubblico impiego, là dove non piove mai, rispondeva e risponde che in tali casi si fa causa allo Stato, per ottenere il rimborso (dopo trent’anni!). Manigoldo, è bello recitare la parte del legalitario, ma con stipendio e benefici assicurati. Ritorno alla narrazione.

Dell’albergo ben cinque suite erano destinate al gruppo. La sera cene singole o di gruppo. E qui mi fermo. Oppure cinema o televisione. Raramente.

Nel frattempo i Capozzi si trasferirono a Roma, alla via Silvio Pellico, in uno degli appartamenti della società Nervi e Bartoli Sistina.

Anch’io, in uno di questi, installai il mio studio romano, quale legale coordinatore del gruppo Rodolfo Andria.

Devo chiarire che il gruppo Capozzi faceva, spesso, affari con il gruppo Andria, nel senso che, a volte, per realizzare un progetto molto importante dal punto di vista finanziario, come quello dell’isola di Granada (anche di questo ve ne parlerò) si associavano, temporaneamente per uno o più progetti, realizzati questi, ognuno, poi, proseguiva da solo, salvo riassociarsi, temporaneamente, in occasione di nuovo progetto.

I ricordi compaiono e scompaiono anche perché le mie agende legali, annuali, sono andate smarrite.

Terremoto del 23 novembre 1980.

Il 20 di novembre del 1980 si rese necessario andare a Messina in quanto i Capozzi stavano trattando l’acquisto di una importante fabbrica di succhi di frutta che aveva circa centottanta dipendenti e possedeva vastissimi frutteti.

Poiché c’erano state varie lettere di intenti, continuamente riviste, circa le reciproche garanzie, per discutere di queste andammo a Messina.

Garanzie in discussione:

-dal lato venditore, una Srl.

Garanzie del non fallimento della società di capitale (quotisti, cento per cento, una famiglia nobile risalente al quindicesimo secolo) ed, inoltre, insussistenza di segnali legali di decozione.

-dal lato acquirente, una Srl.

Garanzie circa la solvenza della somma (cinquanta per cento) residuale cambializzata.

Il Corrispettivo: tre miliardi di lire. Versamento in assegni circolari non trasferibili di primaria banca, di millecinquecento milioni di lire, all’atto del trasferimento notarile, delle quote, libere cioè non gravate da pegno o altro. Residuali millecinquecento milioni, con regolamento cambiario diretto, scadente mensilmente, dell’importo di trenta milioni di lire.

Il nodo della trattativa era la sicurezza del contributo di un miliardo di lire, a fondo perduto, già deliberato dalla Regione Sicilia in quanto una forza politica, il PCI, frapponeva formali ostacoli burocratici (leggasi mazzette delle quali i Capozzi non volevano farsi carico perché non nei patti, e per la consistenza delle stesse e per il gran numero di dipendenti che la società avrebbe dovuto assumere)

La trattativa venne sospesa per tre mesi, giusta richiesta dei nobili proprietari che si impegnarono a risolvere “la faccenduola” per le vie brevi anzi brevissime, come dissero.

Non chiedemmo ulteriori dettagli.

Prendemmo il traghetto per il continente intorno alle ore ventidue.

Stavamo con l’auto di Ubaldo Capozzi e ci alternavamo nella guida. Era una notte strana come diceva Ubaldo, infatti avvertivamo un forte caldo, nonostante la notte, atipico poi per il mese di novembre, quasi dicembre.

Arrivammo alle dieci del mattino, furono molte le soste, ed io andai direttamente allo studio perché dovevo leggere e firmare molti atti.

Alle cinque del pomeriggio i lampadari cominciarono ad oscillare e capimmo subito che si trattavano di forti scosse di terremoto. Non prendemmo l’ascensore e scendemmo per le scale ed io corsi a casa e vidi Rallaella, Andrea e mia suocera che viveva con noi, ed altri condomini, raggruppati nella piazza ma nei pressi dell’obelisco!

Aspettammo altre tre ore e, poi, alcuni, noi tra questi, decidemmo di ritornare comunque, a casa anche perché le televisioni e le radio affermavano che il moto era scemato.

Naturalmente nessuno chiuse occhio per tutta la notte.

Il giorno dopo constatammo, e lo constatarono anche i tecnici condomini, valenti architetti ed ingegneri, che alcuna lesione, nemmeno minima, il fabbricato, maestoso, del 700, aveva subito.

Sta di fatto che nei tre mesi successivi ci fu il fallimento di Telenapoli.

Benvero la televisione via etere era stata liberalizzata e, quindi, quella via cavo non aveva più un futuro. Tanto comportò una perdita secca di mezzo miliardo di vecchie lire per l’installazione dei cavi aerei e l’acquisto delle potenti macchine da riprese e per l’allestimento degli “studi scenici” che erano in un fabbricato di via Crispi, Napoli e di proprietà dell’ing. Carlo Ferlaino il papà di Corrado, ingegnere pure lui, proprietario del Calcio Napoli, colui che acquistò poi Maradona.

Con il fallimento di Telenapoli i Capozzi chiusero con la televisione dedicandosi alle costruzioni di immobili e alle aziende di elaborazioni dati. Ma anche qui ci fu il tracollo finanziario, conseguenza del fallimento Telenapoli.

Di qui il trasferimento a Roma, nel mentre io, a Napoli, curavo le opposizioni alle sentenze dichiarative dei fallimenti di quattro società, ricevendo, quale onorario, cambiali ed assegni postdatati, tutti, poi, non onorati.

Continuai a difendere le società dei Capozzi per anni, e senza pagamento per un rapporto di amicizia, ma poi le strade si divisero del tutto quando lasciarono anche gli uffici di Roma.

Ovviamente l’affare messinese non si fece più.

Lo Stato di Grenada, Capitale San Giorgio, è una (media grandezza) isola dei Caraibi.

Rodolfo Andria era interlocutore privilegiato di Politici “faccendieri” di tutto l’arco costituzionale ed Andria era, ed è ancora, il braccio operativo per attuare operazioni di compravendita di aziende Statali o di Partecipate decotte o costituirne di nuove ma che devono essere salvate per salvare centinaia o migliaia di posti di lavoro.

Un imprenditore con propri capitali mai accetterebbe tali affari. Ma Andria che non aveva capitali propri accettava i rischi di una sicura bancarotta laddove si trattasse di non far chiudere un’impresa con migliaia di dipendenti con la condizione che ci fossero stati generosi contributi a fondo perduto nel giro di pochi mesi.

Ma Rodolfo, una volta arrivati i contributi, se l’azienda era tecnicamente non idonea a fronteggiare con buon margine di utile, tirava un po’ innanzi ma poi mollava tutto. E sempre con un buon, anzi ottimo, guadagno. Precisato questo profilo di Andria, ritorno sull’affare Grenada.

Si trattava di costruire un grande Albergo con sale da gioco anche di azzardo, campi da golf e campi dei tennis e vari bungalow sulla spiaggia.

Un’operazione da trecento miliardi di lire.

L’ingegnere Bartoli e l’architetto Nervi, nipoti dei fondatori della Nervi e Bartoli Sistina avevano curato, con un alto burocrate del ministero degli Esteri, tutto il progetto a partire dai grafici, relazioni, calcoli, costi eccetera soggiornando sul posto per mesi e mesi. Io avevo curato tutti gli aspetti legali sia dello Stato ospitante sia in relazione alle normative internazionali sia in relazione alle polizze assicurative riguardanti Lo Stato Caraibico, sia riguardanti la Nervi e Bartoli ed inerenti i terzi ma anche i dipendenti assunti in loco e quelli Italiani già in carico alla costruttrice.

Eravamo già pronti a partire con i visti su i passaporti e la logistica già operativa allorquando giornali e televisioni riportarono l’avvenuto colpo di Stato. I militari avevano destituito il monarca.

L’interlocutore nostro, potentissimo funzionario dirigente, era stato arrestato unitamente al Principe regnante e a tanti altri.

Una perdita secca per i due politici italiani promotori dell’affare ed anticipatari di tutte le spese.

Ma anche per il gruppo Andria fu un colpo durissimo.

Ed anche per lo scrivente.

Con il ritiro dalle scene imprenditoriali dei Capozzi come ho detto, i gruppi che assistevo erano Andria, Cesarano e, devo aggiungere il gruppo Castaldo Ferdinando anche lui campano ma con interessi edili nel Lazio e già si profilava all’orizzonte, tale Domenico Salerno, commercialista con uffici a Montecarlo e Londra e recapito a Napoli, ma anche socio di un imprenditore edile tale Mario Vastuto che stava completando un parco di trenta villette a schiera a ridosso, quasi, di una spiaggia bellissima a Palau, in Sardegna.

Una nota. Una tappa del mio percorso. Nel 1984, a ministerio Notaio Elio Bellecca, un vero amico sempre disponibile ed altruista, che non volle essere pagato nemmeno per le spese vive, costituii l’associazione privata “camera di Giustizia” con sede alla via Ponte di Tappia 62, Napoli e cioè presso il mio studio di Napoli e di cui ero, ovviamente, il Presidente.

Tale associazione, con pochi e fidati amici, pubblicava anche un giornalino cartaceo ed on line, di cui, sempre ovviamente, ero e sono, il direttore responsabile. Si chiama “Iura Civitatis, organo d’informazione dell’associazione camera di Giustizia”.

Vari sono i stati libri editi dall’associazione e da me, criticamente, scritti, e tutti aventi ad oggetto l’amministrazione della giustizia in Italia.

L’associazione Camera di Giustizia e l’associazione Camera Europea di Giustizia (successivamente costituita a respiro europeo) negli anni hanno prodotto numerose borse di studio, finanziate dallo studio Cioffi o da clienti di questo, a livello nazionale per liceali, universitari e professionisti, con temi sempre inerenti la Giustizia Italiana.

Ma di tutto ciò ne parleremo nelle altre decadi.

Intanto a Napoli si stavano risolvendo alcuni interessanti contenziosi da me curati nell’interesse di Renato Bile e del socio Pasquale Iodice, che vantavano un colossale credito nei confronti del Comune di Napoli, per interventi edili di somma urgenza. Alla fine vinsi tutte e sette le cause ed i suddetti ottennero ben otto miliardi di lire, comprensivi di interesse e rivalutazione.

Naturalmente i due indicati, che mi avevano promesso mari e monti, in sede di liquidazione dei miei palmari, spettanze a prescindere dalle somme liquidatemi dal Tribunale con le sentenze, vennero meno e le transigemmo, perché Pasquale Iodice che era socio al cinquanta per cento, morì la settimana dopo il materiale incasso. Ed io riponevo fiducia per il rispetto dei patti, proprio in Pasquale.

Pasquale nasceva capomastro ma era anche un uomo di “rispetto” a San Giorgio a Cremano, ed era la forza dura nei momenti critici.

Lui rispettava le parole date.

Viceversa, Renato era il colto, essendo ingegnere, e dunque il tecnico della società, ma non uomo di parola.

Avuti gli assegni circolari io e Renato andammo all’ospedale dei Pellegrini, dove era ricoverato Pasquale, per mostrarglieli e lui, che era in sala intensiva, vedendoli (c’era un vetro divisorio) mi mandò un bacio ed alzò il pollice per indicare la vittoria.

Renato Bile, miserabilmente, dopo la morte di Pasquale, tergiversò adducendo molti impegni da soddisfare.

Io accettai, disgustato, (avendo necessità di incassare) la forte riduzione dei palmari.

Sarebbe lungo l’elenco dei clienti che, con le loro particolari questioni, sono da stati ritenuti da me, interessanti ed intriganti, sia sotto il profilo della singolarità fattuale, sia sotto il profilo delle questioni giuridiche da affrontare, sia sotto il profilo del “guadagno” economico, per cui mi soffermerò, con un breve accenno, solo su alcuni che, per così dire, hanno segnato le mie decadi.

Appunto.

Quando dico guadagno intendo il solito modo, piccola parte in contanti per le spese vive da sostenere per ogni procedimento o causa, poi con assegni di c/c postdatati di propri clienti giratimi o da loro emessi.

Una montagna di carta che spesso tale restava perché o chiudevano l’attività o fallivano con sentenza del Tribunale oppure, anche questo capita ad un avvocato, mi abbandonavano per le lusinghe di facili vittorie prospettate da avvocati avventurieri impreparati che pur di catturare un cliente, non esitavano a vantarsi di avere la piena disponibilità di potenti magistrati corrotti.

Ci rimettevano qualcosa per poi ritornare sprofondandosi in mille scuse e, consci, della mia “comprensione umana” come dicevano, con la conseguenza che le impiegate Rosaria Lubrano, Teresa la Monica, Giovanna Mauriello praticante, mi “rimproveravano il mio perdono”.

Devo, quindi, di seguito a Castaldo, Salerno e Vastuto, aggiungere i fratelli Mayrofer, Mangiapia, Salzano, Vitiello, Vozza e tanti altri tutti campani.

Tutti imprenditori di medio livello nei settori dell’edilizia, dell’abbigliamento uomo donna, macchine movimento terra, impiantistica, eccetera.

Alcuni, devo dirlo, border line legalità ed in odore di contiguità con politici chiacchierati quali presunti prestanome di personaggi camorristi o mafiosi.

Ma questi clienti, sapendo come la pensassi, non si sono mai permessi di riconoscere legami di sorta con clan ed io non mi sono mai permesso di indagare.

Rispetto reciproco nel rispetto dei ruoli.

Ed è per questo che evito di raccontare “simpatici” episodi e squarci di vite da loro vissute tra il marciapiede, una lussuosa, ma pacchiana, abitazione, ed un’altrettanta lussuosa automobile, rigorosamente Mercedes, ed un padiglione di un carcere.

Alcuni di loro mi nominavano loro legale, in un affare di natura penale, pur sapendo che di penale sapevo poco. Pur tuttavia mi chiedevano, a volte, di contattare un penalista di fama e da me ritenuto competente per l’imputazione di bancarotta e collaborare con lui.

Infatti era necessaria la competenza di un civilista per la specialità, appunto, della materia e del preteso reato.

Naturalmente non potevo e non volevo sottrarmi.

Adesso vi racconto di un cliente Giovanni Cavalcanti che oggi vive al nord Italia ed è un apprezzato poeta e scrittore, ma in passato, intorno agli inizi del 1970, venne indagato quale capo clan della periferia nord di Napoli.

Mi venne presentato da Ciro, un mio amico architetto, se ben ricordo, nei primi anni ottanta.

Il caso che mi venne affidato consisteva nel fare ricorso alla C.E.D.U, corte europea dei diritti dell’uomo, Strasburgo.

Il predetto, la cui storia personale merita un libro e lui l’ha scritto, rientrato dal Brasile conosce una giovane, vedova e senza figli, di un uomo di rispetto, capoclan anche lui.

Si innamorano e si sposano in chiesa con il classico rito dello scambio degli anelli nuziali.

Mettono su casa, lei casalinga mentre lui avvia un’attività commerciale, ma è sempre oggetto di continue indagini da parte di P.S e C.C per i delitti che avvengono nella zona in cui abita.

In un’incursione della P.S. a casa sua vengono trovate delle collanine di oro, due medagliette anche d’oro, tre orologi, non di marca, due da uomo ed uno da donna pure non di marca. Trovano sul comodino anche le due fedi nuziali. Tutto sequestrato e poi confiscato. Valore: nemmeno trecentomila lire (non racconterò qui la vita malavitosa che gli addebitano).

Ecco l’incarico recuperare le due fedi, loro regalate dal compare di matrimonio che poi era il marito della di lui sorella Luciana. (L’ho conosciuta, a seguito dell’arresto del fratello, perché era lei a tenere i contatti con me per questo ricorso e per alcuni contenziosi civilistici tra i quali l’azione esecutiva immobiliare di una banca creditrice).

Inoltrai il ricorso, ma venne rigettato proprio dal rappresentante dell’Italia, il magistrato Lo Poi.

Nel corso degli anni successivi Cavalcanti è stato assolto ed adesso è un libero cittadino.

Intanto ho voluto accennare al ricorso alla C.E.D.U. perché in virtù dell’atto costitutivo e dello statuto e quindi anche delle norme del codice di procedura i magistrati giudici di questa Corte che è una convenzione privata tra gli Stati aderenti e da non confondere con la Corte di Giustizia Europea che è una struttura dell’Unione Europea e che rende giustizia solo in alcune materie e per determinati diritti.

L’efficacia esecutiva delle sentenze C.E.D.U. è data dalla convenzione cui gli Stati hanno aderito.

Di conseguenza, ma il discorso è altamente tecnico ed articolato, ogni Stato indica il suo componente come giudice, che diventa uno dei relatori, in sede di istruttoria e di sentenza, per un determinato numero di anni per il che c’è sempre una rotazione dei componenti stessi.

Sentenza formalmente corretta ma sostanzialmente ingiusta.

La motivazione si presta a non poche critiche proprio a partire dal valore delle fedi, di circa ottantamila lire.

Il punto essenziale, tale ritenuto dallo scrivente, è che si è creato un filtro diabolico, incensurabile, costituendo dal 2008 un Giudice, unico, non più collegiale, che valuta, come detto, inappellabilmente, la fondatezza del ricorso in via preliminare. Oggi è il magistrato Raffaele Sabato.

Siamo ritornati agli albori del diritto con l’eterogenesi dei fini di tutelare le le oligarchie giudicanti ed inquirenti di un dato Stato, di un dato Governo, di un dato Regime, di un dato Parlamento, di una data amministrazione della Giustizia.

Castaldo Ferdinando, nato nel 1940 in una cittadina contigua a Napoli, ove risiedeva, venne da me tramite un amico e compagno di “comitiva”, Saverio Senese, avvocato penalista, ottimo ed affermato penalista, dopo un inizio professionale da civilista lavorista.

Di Saverio, di Pietro Costa, avvocato, e di Corrado Marino, autodidatta, nato elettromeccanico, poi operaio dell’Alfa Romeo, di Maura De Rosa, medico, di Bruno Vigliore, architetto, di Aurelio Ruggero, avvocato e di altri, tutti della stessa “comitiva”, vi parlerò in apposito capitolo, partendo, appunto, dalla parola “comitiva”.

Castaldo Ferdinando, ebbe a raccontare, mentre andavamo al tribunale di Roma per una causa, che nasceva come autista di autobetoniere (speciali autocarri che producono cemento mentre viaggiano) dipendente di una società “L’afragolese Bitumi”.

La paga era sufficiente a sopravvivere ma non a vivere.

Essendo dotato di una raffinatissima intelligenza, furbizia, senso pratico, empiricamente acculturato, voglia di apprendere e di emergere, carattere duro ma molto umano, era rispettoso degli altri, umili o professionisti, o nobili, ma esigeva, nel contempo, ovviamente, anche lui, rispetto.

Conquistatasi la fiducia di imprenditori edili, in Campania e nel Lazio, con i quali veniva a contatto, iniziò a fare il “sensale” cioè metteva a contatto chi voleva vendere un terreno agricolo, o non agricolo, con chi voleva acquistarlo per costruirvi palazzi per civili abitazioni o per costruire un deposito o una fabbrica o altro.

Negli anni cominciò anche ad intermediare anche immobili di rilievo per poi costruirli in proprio.

Divenne, incredibilmente, interlocutore di Vescovi, monsignori, legali rappresentanti, veri e propri affaristi, di alcune importanti Curie Religiose, proprietarie di immense estensioni di terreni e fabbricati rurali che vi insistevano, e vi insistono anche oggi, nel Lazio ed in Campania.

Non era iscritto nell’albo degli intermediari tenuto dalla Camera di Commercio di Napoli, per non possedere nemmeno la licenza media o di avviamento industriale.

Naturalmente disponeva di un attrezzato ufficio a Casoria al confine con Afragola, con due o tre geometri, un’esperta in informatica, un factotum, ed un segretario autista

Questo era il suo staff che, in situazioni critiche, veniva integrato.

La ditta si chiamava “Castaldo Costruzioni Edili” ed era iscritta alla Camera di Commercio di Napoli.

Tre le pricipali questioni:

1-F.lli Albino, nobili loro, terreni in Roma, periferia nord, compromessi in vendita al Castaldo che aveva versato, in buona fede, sul maggior prezzo di sette miliardi di lire, circa due miliardi di lire. Castaldo era assistito dall’avvocato Testa.

Castaldo aveva sospeso il pagamento in quanto su i terreni vi erano contenziosi con undici coloni dei quali non gli era stata data notizia nel preliminare, co-redatto con controparte, né risultavano dai registri immobiliari.

Il preliminare era stato curato, a suo tempo, dall’avvocato Testa, al quale , però il Castaldo aveva, già da tempo, revocato tutti gli incarichi.

2-Curia vescovato di Napoli. Terreni in Mondragone, situazione giuridica identica a quella di Roma, ma qui il prezzo era di cinque miliardi di lire e la somma versata dal Castaldo era di due miliardi e trecento milioni di lire, pagamento poi sospeso per i coloni che erano in causa con la Curia e di cui non era stata data notizia.

Il legale di Castaldo che aveva co-redatto, con controparte, il preliminare era lo stesso di cui al preliminare con i F.lli Albino.

3-due fabbricati per civili abitazioni in S.Maria Capua Vetere, ultimati al 98 per cento.

Sta di fatto che il Castaldo, come si usava fare in certo territori, aveva, con i suoi geometri stipulato, preliminari di compravendita, incassando, di ogni appartamento o mansarde, o terranei, l’ottanta per cento del prezzo, anche attraverso mutui bancari di una piccola Banca privata (si sussurrava di proprietà, effettiva, di una potentissima e famosa famiglia locale dei cosiddetti Mazzoni).

In relazione ai suddetti tre rilevanti incarichi, tralascio le piccole questioni, devo subito precisare che, dopo il mio subentro come legale, le trattative stragiudiziali continuarono ancora per alcuni anni senza adire i Tribunali, che poi vennero aditi, perché i casi erano complessi e non si intravedevano soluzioni accettabili da ambo le parti, sia in punto di fatto che di diritto.

Al di là, incombeva il fatto che Castaldo, in queste avventure, chiedeva ed otteneva ingenti prestiti da “famiglie” locali, potenti, facoltose e, proprietarie anche di importanti finanziarie e piccole banche cooperative.

Queste famiglie non volevano pubblicità, nemmeno indirettamente. Pero’, ad onor del vero, non ho mai saputo di “interventi” da parte loro, con i loro canali, anche istituzionali, con le nostre controparti. Mai ho chiesto chiarimenti sul punto al Castaldo anche allorquando ne ricorresse l’opportunità.

Però voglio qui ricordare (vicenda terreni f.lli Albino di Roma) che, viste le complicazioni invero artificiose, intervenute, anche da parte del Comune di Roma, da parte di due importanti dirigenti tecnici e di un’avvocatessa, dirigente, dell’avvocatura Capitolina, sulla definizione dell’annosa vicenda, inoltrammo alla Procura della Repubblica di Roma un’articolata e documentata denuncia querela per vari reati a partire da quello di truffa aggravata, abuso di ufficio, falsità di documenti ufficiali, eccetera. In Procura fummo sentiti, su nostra richiesta da un giovane sostituto che l’aveva subito sotterrata nel modello 45, cioè contro ignoti. Il sostituto fece orecchie da mercante e, pertanto, feci istanza documentata al Procuratore Capo ed al Procuratore Generale della Corte di Appello. Indi feci dare incarico ad un penalista che conoscevo, avv. La Bruna Giovanni, fratello di un magistrato di Perugia.

La querela denuncia però non andava avanti lo stesso ma fui, stranamente, contattato a mezzo fax dall’Avvocato Alba Russo dell’avvocatura comunale.

Le telefonai e facemmo appuntamento per un venerdì alle ore 12.

Ci recammo nel suo ufficio io, Castaldo ed il suo factotum, il detto giorno.

Con altra auto erano venuti con noi quattro rappresentanti sindacali dei trenta dipendenti del Castaldo ed aspettarono fuori della stanza dell’avvocata Russo.

Io ed il Castaldo fummo introdotti e la stessa, ormai era la quinta o sesta sessione che avevo avuto con lei, ci disse, dopo aver fatto uscire la segretaria, che, visto che non capivamo, lei ed i due tecnici, erano una specie di collo di bottiglia, collo che si poteva disostruire (sic) se gli Albino avessero provveduto agli impegni assunti oppure vi avessimo provveduto noi. Si trattava di una valigetta 24 ore, modello doppio, con un nastrino piccolo verde sulla maniglia e con dentro trecento milioni di lire, da portare, ad un’ora precisa, in un bar della periferia, nord salaria, ed aspettare un tizio al quale l’avremmo dovuto consegnare. Il tizio per farsi riconoscere ci avrebbe chiesto la strada per Terni.

A questo punto Castaldo senza dire una parola si alzò si diresse alla porta e fece entrare i quattro, piuttosto brutti, abbigliamento trasandato, e tutti con pesanti catene d’oro al collo e li presentò all’avvocata.

Questi dissero all’avvocato: gentile avvocato aiutateci, la cooperativa, senza questi soldi fallirà. Già abbiamo subito un ricatto, a questa parola io mi alzai e senza dire una sola parola o salutare me ne andai e li aspettai giù all’ingresso e quando scesero dissi a Castaldo che non avrei più tollerato fatti del genere.

I sindacalisti si scusarono con me ed aggiunsero che non voleva essere una minaccia quando dissero che si era trattato di un ricatto, Castaldo aggiunse: avvoca’ state tranquillo noi non abbiamo sbagliato una sola parola tanto è vero che la signora (l’avvocato) ci ha rassicurati che nel giro di una settimana la questione si sarebbe risolta. E così fu. E così non andammo più in procura ed in seguito accertai che la querela denuncia era stata archiviata!!!

Notaio Carlo Iaccarino, palazzo Lauro, via Colombo, angolo piazza Municipio, Napoli, era il notaio di fiducia delle Curie cattoliche quali articolate su tutto il territorio campano, ma anche Giuseppe Di Transo lo era. I predetti notai divennero, poi, anche di fiducia di società, di fatto, del gruppo Castaldo di Castaldo Ferdinando

In realtà era Castaldo a servirsi, per i suoi innumerevoli affari non tutti a me noti, di notai che lavoravano con le sue “controparti”.

A tali notai affidava, furbescamente, società apparentemente estranee alla sua personale ditta e così evitava ai notai possibili conflitti di interesse.

Il vescovato di Napoli ed i terreni in Mondragone.

Con questo intercorreva un giudizio in sede civile, tribunale di Napoli, per la risoluzione contrattuale, per inadempimenti gravi da parte dell’acquirente (Castaldo), del preliminare di compravendita ad oggetto ottanta ettari di terreno agricolo in quel di Mondragone ma il foro concordato era il Tribunale di Napoli, promosso dal proprietario, non ricordo quale ordine. Il legale, che aveva curato il preliminare, era Testa, poi revocato, che aveva spiegato domanda riconvenzionale di richiesta danni e restituzione delle somme versate, pagamento sospeso, in quanto vi erano coloni che rivendicavano i loro diritti mai percepiti su detti terreni, colonie delle quali il Castaldo nulla sapeva e tanto non risultava dai pubblici registri immobiliari sia di S. Maria Capua Vetere sia di Napoli.

La causa si presentava come persa per una serie di decadenze e prescrizioni ma anche per motivi procedurali. Come per i fratelli Fabrizi/Albino.

Dopo aver contattato l’avvocato Saverio Senese, penalista, che era anche il legale di fiducia di Castaldo per la materia penale, si decise che bisognava proporre denuncia/querela sulla scorta di quella presentata a Roma nei confronti dei F.lli Fabrizi/Albino.

Preparai la querela e Saverio vi apportò le necessarie integrazioni che venne depositata alla Procura di Napoli.

Il P.M. assegnatario però si riteneva incompetente in quanto vicenda che non presentava rilevanza penale e chiese archiviarsi la denuncia/querela.

Venne quindi proposta opposizione all’archiviazione ed Il G.I.P. ordinò al P.M. di fare ulteriori indagini interrogando i pretesi coloni che erano, se ben ricordo ben settantaquattro, su i titoli legali posseduti da i pretesi coloni, disconosciuti dal proprietario, delegando all’uopo la guardia di finanza, i carabinieri e la guardia forestale del luogo, suddividendo tra questi i nominativi.

Ciò significava anni ed anni di indagini e la causa civile avrebbe segnato il passo con grave nocumento per Castaldo ed io, per fugare il pericolo, chiesi al giudice civile di disporre il sequestro giudiziario ovvero in subordine il sequestro conservativo di tutti i terreni nominandosi, nel contempo, un custode dei essi beni, idoneo esperto e qualificato professionista.

Il tribunale accolse la mia domanda, contrastata con durezza dalla Curia, e nominò il Dr. Ermanno Pollio, di Afragola, commercialista, l’ho saputo anni dopo, di una società in punto di fatto, sotto l’influenza del Castaldo che non rimase sorpreso dalla nomina.

Anche in quest’occasione ebbi molte perplessità.

Sta di fatto che il legale della curia M.F. mi telefonò per stabilire un incontro con tale Monsignor Minichini che risiedeva presso una struttura religiosa, un centro studi per religiosi, sita all’inizio di via Domiziana, Fuorigrotta, di fronte all’hotel San Germano.

Io, Castaldo, il suo factotum di fiducia, Armando e l’autista Gennaro, alle quindici del giorno stabilito, un giovedì, bussammo il campanello sito su un cancello di ferro, marrone scuro, di circa dodici metri scorrevole ed alto sette o otto metri. Sulla targhetta del citofono la scritta Centro Studi Religiosi -Facoltà di Teologia.

Il cancelletto pedonale si aprì e comparve un uomo in abiti civili che ci chiese se fossimo l’Avvocato Cioffi ed il Sig. Castaldo, avuta la risposta affermativa ci fece entrare e fece anche entrare la Mercedes, ultimo modello, aprendo il cancello.

Fece parcheggiare l’auto in un largo piazzale ove vi erano altre auto e ci disse che soltanto io e Castaldo potevamo imboccare un viale fittamente alberato lungo un duecento metri ed alla fine di questo una costruzione imponente è dire poco, stile liberty.

Fummo introdotti in uno splendido salone rettangolare e con una vetrata lungo tutto il lato lungo ed, attraversatala, con un terrazzo enorme che si affacciava su prato alberatissimo attrezzato con panchine sosta, tutto richiamava un albergo di lusso per gente ricca. Il prato arrivava ad un centinaio di metri di un piccola insenatura che racchiudeva un mare azzurroed accessibile, quindi una spiaggia privata. Uno spettacolo.

Nel prato v’erano diverse persone in abito sportivo (eravamo in piena primavera) che passeggiavano a due a tre con un libro in mano. Erano tutti giovani e lo si arguiva da come si muovevano.

Il nostro ospite, in abito borghese, ci condusse, poi, in uno studio spartanamente arredato ma con una libreria antica intarsiata aperta e farcita da libri antichi rilegati (deducendolo dai dorsi) una scrivania con tre sedie, qualche metro più in là un lungo tavolo ovale con diverse sedie e qui il nostro ospite, in abito borghese, ci fece sedere.

Dopo nemmeno dieci minuti arrivarono due persone, in abito borghese, età intorno ai sessant’anni in compagnia dell’avvocato costituito in giudizio il quale ci presentò ai due religiosi che esibivano sul bavero della giacca una minuscola croce, e presentò gli stessi a noi uno, quello alto, Monsignor Minervini e l’altro pure Mosignore, di cui non rammento il nome, più basso, ma che sembrava essere il più alto in grado.

L’avvocato M.F. entrò subito nel merito confermando la possibilità di definire, a stralcio e saldo la lite, offrendo la somma di.lire un miliardo e novecentomila, comprensiva anche delle mie competenze che non vennero indicate, nemmeno da me.

Ciò stava a significare che poi doveva essere il Castaldo a liquidarmele. L’avvocato aggiunse, per evitare tediose trattative, che non c’erano margini per ridiscutere sull’importo perché tanto era stato già oggetto di disamina da parte dei Mosignori.

Avuto il nostro consenso l’avvocato mise sul tavolo la scrittura transattiva che avevamo concordato e, dopo averla riletta ad alta voce, sottoscrivemmo. In questa era fissato già il giorno e l’ora per gli atti notarili a farsi ed il notaio rogante che era, appunto, Carlo Iaccarino. Come d’incanto arrivò una signora di mezza età, eleganti abiti civili, che portò un vassoio con caffè acqua e pasticcini vari e poi silenziosamente scomparve, così come silenziosamente era venuta.

I due Monsignori pure ci salutarono, sempre senza stringere le mani, e si allontanarono. A questo punto l’avvocato M. F. ci accompagnò alle macchine e con un sorriso di rito e con una vigorosa stretta di mano, ci salutò.

La sensazione mia e di Castaldo fu che l’avvocato se ne andasse come dire, molto sollevato, e non si sa da che, ma si poteva intuire. Dopo qualche giorno, adempiuto agli incombenti procedurali, don Ferdinando venne al mio studio ed mi corrispose le mie competenze, che furono di gran lunga inferiori a quelle concordate. Ma era nel conto.

Arrivederci a breve per le prossime decadi.

L’angolo vanitoso.

Secondo Mason Cooley che disse: “la vanità nutrita bene, diventa benevola. Se affamata, diventa maligna.”

INDICE

  • In memoria di Giuseppe Guida, Magistrato.
  • Le mie decadi, dal giugno 1940 a seguire.
  • L’angolo vanitoso. (I miei studi: elementari, medie, liceo, università).
  • La mia medaglia d’ oro.